Il mare di Pesaro


Pesaro è fatta come una margherita e ogni petalo è un quartiere. Il centro si raggiunge entro 15 minuti con la bici, percorrendo quasi solo le piste ciclabili. Un gioiello accoccolato tra due colli, raccolto e armonico che non conosce le file interminabili di strade affollate di automobilisti in tragitti infiniti verso destinazioni periferiche o sub centri urbani come i grandi capoluoghi.

Attraversare la città in un giorno affollato anche su due ruote può essere poco appagante, è la scusa per dirottare il proprio cammino lungo le vie laterali meno battute, si entra così nel clima delle stradine storiche, le più antiche del borgo rinascimentale testimoni delle lotte del Risorgimento, seguendo la linea immaginaria che porta diritti al mare.

E piacevolmente accarezzati dalla brezza di una domenica pasquale si raggiunge il lato di margherita senza petali, come strappati da una spuma marina ripetendo M’ama non M’ama di un bel tritone mitologico e lì in quel punto meraviglioso si apre il mare adriatico che bagna la città e culla il sole al tramonto e all’alba.

Lungo il viale che accompagna la lingua di spiaggia, una fila discontinua di alberghi muti e assonnati si affaccia in posizione privilegiata a contemplare tanta bellezza, corpi anonimi in inverno che assistono alla deragliante cavalcata delle onde oggi scorgono la danza leggera del mare che saluta semi addomesticato i primi pellegrini della stagione in visita reverenziale.

Uno sguardo indagatore e inopportuno osserva le cabine spoglie e scolorite non ancora rinnovate con la sensazione di invadere un momento di intimo raccoglimento, come ballerine assorte e sgraziate in procinto di scaldarsi, oppure modelle in déshabillé, disadorne e sciatte in attesa dell’abito che travolgerà le loro forme illuminandole e conquistando le copertine patinate.

Tra le file di cabine, tratti di mare placido e blu opaco attraggono lo sguardo che si affanna a cercare qualcosa di conosciuto e viene divorato dall’assenza di tutto ciò che in estate attrae perdutamente. Non c’è un ombrellone né un lettino sperduti tra i dossi di sabbia compatta, i bar e i ristorantini si susseguono privi di ospitalità, gli spazi attrezzati per partite in spiaggia sono campi desolati.

Eppure il fascino di questo spazio fuori stagione è tangibile e di spessore, si avverte nell’aria che ti sfiora e ti accoglie, non rinnega la tua presenza, meno violento come concetto del “mare d’inverno che il pensiero non considera” più garbato, che alberga nel profondo un intimo desiderio di solitudine e arrendevolezza nel consolatorio susseguirsi delle onde inviolate.

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