Un peso da scaricare

Rembrandt.La ronda di notte

Negli ultimi decenni si è insediato nella società un modo di operare permissivista che ha autorizzato molti lavoratori a considerarsi sufficientemente capaci e produttivi a tal punto da ritenersi scarsamente valorizzati; il compatimento alle loro lagnanze ha progressivamente autorizzato il senso di ingiustizia per il mancato riconoscimento del loro impegno.

Non si capacitavano del fatto che altri raccogliessero quel successo a loro negato senza accorgersi che quelle persone lavoravano molto di più, allargavano lo spazio d’azione anziché gestire solo quello che gli arrivava davanti agli occhi entro un raggio di 50cm e svolgevano i loro compiti con coraggio, atteggiamento dinamico e positivo e non alla continua ricerca di conferme e mercanteggi.

Tutti gli ambienti lavorativi sono stati invasi da questi individui che col tempo hanno prodotto un tarlo nei loro colleghi che li ha spinti a giudicare negativamente chi si contraddistingueva per capacità comunicative, artistiche, intellettuali, organizzative, produttive, gestionali, empatiche, ecc. ecc.

I “filosofi dell’indolenza” meno facevano e più volevano essere considerati, ridicolizzando a volte chi lavorava bene che sentendosi sminuito ed etichettato come sgobbone o stakanovista, cominciava a ridurre il proprio impegno.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti:
L’asticella dell’efficienza e della capacità si è abbassata di anno in anno perché meno impegno si dedica al proprio lavoro meno risultati si ottengono; creando un divario sempre maggiore tra i pochi preziosi elementi che fanno la differenza e i tanti che si ritengono talenti incompresi e galleggiano arroganti nell’ozio.

Questa spinta a far sempre meno e a denigrare e delegittimare chi ottiene risultati io la chiamo Mentalità marcia di sinistra (sicuramente non è di destra):
È la stessa che spinge molta politica e molti sindacalisti a difendere l’inefficienza perché genera confusione, disagi, insoddisfazioni, eludendo la malavoglia di lavoratori pigroni che possono procedere con lo stesso ritmo blando senza che nessuno li giudichi come l’ultima ruota del carro.

A costoro piacerebbe se ogni lavoratore facesse il minimo sindacabile, nessuno potrebbe essere discriminato per il mancato merito ed il mancato impegno né tantomeno premiato se si distingue positivamente sui colleghi.

Ma tutti vogliamo la meritocrazia, almeno a voce, pertanto è necessario abbattere questa mentalità in cui ci si aspetta sempre che altri ci facilitino il lavoro senza prendersi il giusto riconoscimento permettendoci di vivere con il minimo sforzo ed il massimo stipendio;
diventare responsabili del nostro operato, cioè abili a rispondere di quanto prodotto e del servizio prestato, mettendo a disposizione da una parte le conoscenze, l’esperienza, le competenze, l’abilità e dall’altra gli strumenti di mezzi.

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