Fantasma di guerra

Un secolo fa c’erano anche quelli che tornavano dalla guerra. Intatti fuori e imperturbabili a guardarli da distanza di sicurezza per non farti toccare dalle loro storie, fragili e stanchi se ti soffermavi un istante sul viso e sulle mani, se incrociavi lo sguardo sfuggente e incredulo di chi non crede pienamente di essere tornato, il sorriso mezzo abbozzato come un velo sottile steso a tentar di mascherare tutte le parole trattenute che la lingua invece vorrebbe pronunciare ma poi le labbra non saprebbero più nascondere rendendole vive, più vive loro di quanto lo sia in quel momento la creatura che a quelle parole aveva associato suoni, forme, azioni, volti, sensi e un tempo finito senza che ci fosse un ritorno.

Ma se ti avvicinavi quel tanto per riconoscere chiaramente in colui che era tornato l’uomo di prima, allora scoprivi tra le rovine dell’anima l’uomo di un tempo, nascosto e umiliato per l’immonda crudeltà subita, respirata e poi accettata, infine come in un gioco di potere, ritorta contro il male, come quando la vittima diventa il carnefice del proprio padrone.

Quando il meglio di sé stessi si è frantumato contro il peggio dell’umanità, l’aspettativa di un nuovo demonio futuro è stato il pensiero di sottofondo che ha riempito le giornate di chi non ha potuto incollarsi nuovamente l’abito all’anima ma l’ha lasciata sulla divisa come un’impronta indelebile.

E ha atteso la tempesta per vedere le nuove generazioni flagellarsi contro lo stesso distruttore, calpestare le rovine dei suoi sogni persi e abbandonati per le strade nel ritorno verso casa, fantasma dell’uomo che era alla partenza. Fiero e sicuro di essere il più forte. Morto dentro già al primo nemico abbattuto.

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