Troppo amore?


Amber si domanda quando di preciso è diventata insicura e spaventata di tutto. Ricorda che non era così una volta, però ora inizia ad avere dei dubbi anche sul suo passato e sui suoi ricordi. Forse la sua percezione le aveva fatto credere di essere una donna indipendente e autonoma e invece era stata indecisa ed esitante anche allora ma non lo dava a vedere e lo nascondeva perché era sola e costretta a fare affidamento solo sulle sue risorse.

Invece con una relazione stabile aveva iniziato a delegare le proprie scelte a Max finendo per fare solo ciò che piaceva a lui. Perché lo aveva permesso? Non era stata una sua iniziativa però, sentiva che non aveva mai avuto bisogno che qualcun altro decidesse per lei, aveva affrontato tutto quello che le era capitato in modo logico e concreto senza cercare sostegno altrui, eppure ora non sarebbe stata capace di decidere neppure cosa mangiare senza interrogare Max, proporre un’idea e finire per fare quello che piaceva a lui.

Vivevano insieme da sei mesi nella casa di lei che aveva abitato da sola per vent’anni dopo la morte della madre. Non aveva mai avuto bisogno di compagnia, anzi amava la solitudine quando tornava a casa, Max era stata una presenza abitudinaria, con una frequenza settimanale ma ognuno poteva sperimentare la relazione abitando nella propria casa. Poi lui aveva iniziato ad incolparla di aver rovinato un equilibrio perfetto accettando la promozione, andando ad occupare l’incarico a cui lui aspirava da tempo. 

Max aveva minato la sua autostima un po’ alla volta. Quando aveva deciso esattamente che aveva bisogno che lui si trasferisse da lei? Amber pensa che lei da sola non l’abbia mai deciso, semmai è stato lui a condizionarla, manipolandola fino a farle credere che fosse una sua scelta. Come quella di non frequentare più le sue amiche storiche di sempre. Ogni volta che tornava a casa e gli raccontava gli avvenimenti, i commenti e i giudizi (negativi) sulla loro convivenza, lui aveva una ragione in più per dirle che quelle persone non facevano per lei, non le volevano bene. Solo lui l’amava veramente e sapeva di cosa aveva bisogno. E di cosa aveva bisogno Amber? Stranamente di cose che non le erano mai interessate e che invece piacevano a lui.

Al lavoro lui era diventato scorretto, competitivo e prepotente, la criticava davanti a tutti, minandone l’autorità e danneggiandone la professionalità, così da farla sentire una vera incapace. Poi, d’improvviso condiscendente, le prendeva le mani nelle sue e le diceva di stare tranquilla che lui l’amava anche se era imprecisa, il tutto sotto lo sguardo dei colleghi impressionati e disorientati. Amber non era mai stata imprecisa, anzi nel suo lavoro era sempre stata efficiente e preparata. Tanto da essere l’unica donna nella sede a ricoprire l’incarico sempre affidato agli uomini. Max stava salendo di grado ed un giorno era stato nominato responsabile del settore finendo per sostituirla in molti incarichi, “perché” le diceva, “tu hai molto lavoro arretrato da sbrigare e non capisco come fai ad essere sempre così disorganizzata”.

Amber aveva iniziato a non uscire più di casa, non si piaceva quando si guardava allo specchio e l’ultima volta la sua cara amica Sarah, incrociata casualmente in città e seguita in una caffetteria come se fosse stata seguita e spiata, le aveva fatto domande molto intime riguardo la relazione con Max, attribuendo alla convivenza i motivi del suo stato deplorevole. Amber aveva iniziato a sentirsi a disagio, girando la testa dappertutto pur di non incrociare i suoi occhi. Avrebbe dovuto ammettere che non era felice senza sapere come aveva fatto a mettersi in quella situazione. E ragionando sul fatto che lo aveva permesso da sola, provava così tanta vergogna che non osava parlarne con nessuno per non essere trattata come una stupida. Le aveva risposto che non poteva andare meglio, che lui si preoccupava tanto per lei e alla fine anche se avevano opinioni diverse, la soluzione giusta finiva per essere sempre quella di Max.

In realtà Max non accettava opinioni diverse dalle sue e quando lei aveva insistito una volta per andare a cena con i colleghi di lavoro soliti tutti insieme, lui aveva alzato la voce improvvisamente, tanto che aveva sussultato spaventata. L’aveva visto diventare duro, stringere i pugni, arricciare le labbra e mostrare i denti digrignanti. Aveva parlato con una voce collerica che a stento tratteneva la rabbia. Amber non aveva osato ribattere, con il cuore a mille si era rannicchiata dalla parte opposta del divano fino a quando lui con estrema tenerezza le aveva detto che ogni tanto lei andava riportata al suo posto ma mai avrebbe dovuto pensare che non l’amasse. Anzi tutto questo lo faceva per il troppo amore.

Nessuno può vivere relegato in un angolo e Amber questa sera non sopporta proprio le mani di Max che la invadono senza cura. Si irrigidisce e si allontana per non cedere ma Max insiste e alla fine infastidito la gira urlandole a gran voce che è stanco delle sue scenate. “Sei una demente, con tutto quello che faccio per te!” Amber si chiude a riccio perché non vuole sentire altre accuse ma Max le afferra le mani con la sinistra e le tiene strette e con l’altra le molla un pugno in pieno occhio, scatenando una rabbia animale che anziché fermarsi aumenta, spingendolo a colpirla allo stomaco, allo zigomo e una volta raggiunto l’apice del furore le libera le mani per colpirla ancora con tutti e due i pugni. Poi si alza e va in cucina e Amber ancora incredula di quanto le sta accadendo, non riesce neppure ad avvertire che è suo il corpo sul quale si è scaricato. Poi lo vede tornare con in mano un coltello affilato, quello che usa per la carne. Glielo punta sotto il mento e le dice quasi ringhiando “Hai visto cosa mi hai fatto fare, brutta scema? Questo non sono io. Io sono un uomo pacifico e paziente ma tu mi hai provocato. Adesso smettila di dire quello che non ti sta bene e impara ad ubbidirmi”. Appoggia il coltello sul comodino, spoglia Amber che piange in silenzio e si prende tutto quello che vuole, poi si addormenta pacifico. Amber piange tutta la notte in bagno davanti allo specchio, domandandosi come ha fatto a far entrare questo mostro in casa.

Il mattino seguente Max uscendo di casa la inchiava dentro perché teme che con quella faccia tumefatta, il labbro gonfio, tracce di sangue dal naso e gli occhi pestati, qualcuno possa chiamare la polizia e lei spiattelli tutto. Si sorprende perché non si sente in colpa, anzi una nuova forza ha preso il sopravvento su di lui facendolo sentire più uomo. 

Amber prova ad uscire dalla porta ma è inchiavata, afferra la sua borsa per prendere la sua copia e non la trova. Capisce di essere stata bloccata in casa. Piange e si dispera. Si chiede se chiamare la polizia possa servire ma poi pensa che non faranno niente per tenerlo lontano da lui e la casa in cui vivono è di lei. Non se ne andrà mai e da sola non troverà la forza per cacciarlo. E’ spacciata. Si sente un’idiota. Niente potrà cambiare la sua situazione. Anzi sarà sempre peggio. Quando in tv senti parlare della violenza sulle donne non pensi mai che un giorno possa capitare anche a te solo perché hai abbassato la guardia davanti ad un uomo che non aveva l’aspetto di un mostro.

Amber apre la porta finestra, respira profondamente, chiude gli occhi, vorrebbe avere il cellulare con se per mandare un messaggio alla sua amica del cuore  e chiederle scusa per i suoi silenzi ma anche quello è sparito, requisito da quell’uomo che le ha devastato la vita. Ringrazia tutte le persone che le hanno voluto bene e l’hanno capita. Si mette seduta sul balcone del terrazzino pensando che sia più facile buttarsi all’indietro. Crede che il dolore passerà presto e sarà tutto finito. Piange disperata, allenta la tensione lasciando che le lacrime le coprano il viso gonfio e tumefatto. Sente le ferite doloranti ma sono quelle dell’anima che fanno più male ora.

La vicina di casa la osserva nascosta dietro una tenda. Capisce che il momento non è consono e che la donna ha bisogno di aiuto ma non ha il coraggio di muovere neppure un dito per non trovarsi poi in mezzo a questioni familiari. La vede tirare la testa indietro e roteare il busto. Le gambe prima piegate sotto la ringhiera, si alzano e una ciabatta vola in aria finendo sopra ai vasi di ciclamini mentre l’altra le resta attaccata al piede che vola in giù dal quarto piano di una casa di periferia. La vicina si allontana velocemente dalla finestra quando capisce che il palazzo sarà invaso dalla polizia che le domanderà se ha sentito o visto niente. Come potrà dire di non aver visto quello che ha visto?

Intanto gli urli in strada aumentano, voci concitate si sovrappongono tra chi accorre a vedere cosa è successo. Max sta lavorando tranquillo e soddisfatto quando è raggiunto da una telefonata del vice ispettore Mariani che gli spiega che c’è stato un incidente e hanno bisogno di entrare in casa per fare delle verifiche. Max preoccupato arriva subito e con la polizia alle spalle apre la porta dell’interno 14 girando schiavando la serratura con doppia mandata. Ha fatto domande ma non gli hanno risposto. Anzi gli hanno posto una serie di quesiti registrando attentamente le sue reazioni.

Dentro casa Amber non c’è per fortuna ma si domanda come abbia fatto ad uscire se la porta è ancora inchiavata. Forse aveva una copia nascosta e ha inchiavato di nuovo uscendo. Potrebbe essere andata alla polizia a denunciarlo. La casa è in disordine. Una donna maniacale come lei nella pulizia della casa non sarebbe mai uscita senza riordinare. Max si spaventa. Decide di mostrarsi inconsapevole e sorpreso mettendosi a disposizione e quando gli chiedono se può intercettare la compagna chiamandola al cellulare, non se lo fa ripetere due volte. Prende il telefonino e digita il contatto. Il cellulare suona nella tasca della sua giacca. Fa la faccia sorpresa ma a quel punto il vice ispettore gli chiede perentorio e freddo di svuotare le tasche. Tra le mani un mazzo di chiavi in più. “Vuole spiegarci cosa ci fa lei con le chiavi e il cellulare della sig.ra Amber che si trova in ospedale in terapia intensiva perché si è gettata dalla finestra? In tasca aveva un foglio in cui ha scritto tutto quello che lei, sig. Parker le ha fatto compreso la violenza fisica di questa notte, l’omissione di soccorso e il sequestro di persona.”

“Quindi è ancora viva?” domanda mostrandosi felice, “Grazie a Dio. Non avrei potuto vivere senza di lei, io l’amo. Si è trattato solo di un raptus passeggero. Le assicuro che non accadrà più”. Va alla porta convinto che i poliziotti ora se ne andranno e lo lasceranno stare. “Ora scusatemi ma voglio subito andare a visitarla per assicurarmi che stia bene e che torni presto a casa”. Ma la polizia non è della stessa idea e gli fa cenno di uscire “Prego sig. Parker, si accomodi fuori, verrà con noi in centrale per rispondere delle accuse che al momento appaiono molto evidenti. Sono certo che se si salverà, la signora starà bene il più lontano da lei.”

Amber si sveglia, qualcosa di pesante la blocca in un letto bianco, non riesce a mettere a fuoco le immagini che raccolgono i suoi occhi. Le scoppia la testa e la paura la invade. Un evento confuso che la sua sua mente tenta di riportare a galla la tormenta,  un’immagine in reminiscenza la riporta sul balcone di casa sua. È un sogno o un ricordo reale cancellato dalla tragedia avvenuta? Se fosse vero, come può essere sopravvissuta al salto?

“Sei caduta sopra ad un camion che passava  trasportando bobine di isolanti. Ti sei rotta gambe e braccia nello schianto ma sei viva. Purtroppo questa storia non la dimenticherai mai” le dice la sua amica Sarah, accorgendosi del suo risveglio, “hai sbattuto la faccia  sul metallo procurandoti una cicatrice sulla guancia sinistra”.

Quella che è stata colpita per prima dal pugno della notte scorsa. “Lui dov’è?” Amber trova il coraggio di chiederlo. Teme di sentirlo parlare accanto a lei fingendo un tono dolce e innocente, salvo nonostante tutto e pronto a nascondere le sue colpe dietro il volo dal quarto piano. “È in commissariato, deve rispondere a molte domande. Ti assicuro non potrà più avvicinarsi a te. L’azienda ieri l’ha licenziato con una raccomandata. Tutti facevano finta di non sapere come ti trattava ma una volta saputo dell’interrogatorio in questura, si sono attivati per condannarlo e dirsi pronti ad aiutarti.”

Ma quanta generosità.

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