Maleficio


Silvano aveva i polmoni infuocati dalla malattia. Non trovava nessuna cura che gli alleviasse il dolore e per ogni piccola esigenza doveva affidarsi alla sua famiglia.

La moglie se ne era andata un mattino di maggio mentre stendeva le lenzuola in giardino. L’aveva trovata un’ora dopo quando entrando in cucina si era accorto che il pranzo non era ancora pronto e il sugo si era bruciato tutto dentro il tegame di metallo. L’odore acre aveva riempito l’aria della stanza e lui imprecava perché la moglie aveva lasciato il cibo sul fuoco andandosene in giro chissà dove.

L’ignoranza di Silvano era nota in tutta la via o meglio in tutto il paese e la gente lodava quella povera Maria che trovava sempre una qualità per cui valeva la pena di voler bene a quel povero diavolo del marito.

Il vecchio capiva bene e, anche se ottantenne, sapeva benissimo che la moglie non poteva essersi allontanata da casa con il fuoco acceso ma piuttosto che pensare ad un evento straordinario e negativo, si stava concentrando sulla cattiva predisposizione di Maria a fare le cose come piacevano a lui. Ogni tanto doveva ricordarglielo a suon di strilli e bestemmie.

Dopo aver girato intorno alla casa urlando a squarciagola il suo nome, si era diretto in basso superando le file di peschi e ciliegi e raggiunto il giardino d’erba, aveva scorto una scarpa in posizione strana, come se dentro ci fosse un piede che non reggeva un corpo in verticale ma fosse riverso a terra.

– Cosa fai li, dormi? Le urlava arrabbiato mentre costeggiava la fila di lenzuola fino al loro termine per raggiungere lo spazio in cui aveva visto la scarpa.

Il sorriso un po’ tirato via via si era smorzato fino a trasformarsi in un’espressione terrorizzata alla vista della moglie distesa in una posizione innaturale e con un sorriso appena abbozzato sul viso rasserenato. Silvano non l’aveva mai vista con un’espressione così angelica. Sembrava essere stata liberata da un peso gravoso.

Spaventato soprattutto all’idea di essere improvvisamente lasciato solo, era corso con il cuore in gola a chiamare il vicino, dicendogli tra uno spasmo e l’altro per il fiatone, che la moglie si era sentita male.

Cinque minuti dopo erano tutti fuori dalle loro case ad osservare la direzione dell’ambulanza e vedendola fermarsi al 23, avevano sperato che Dio avesse fatto un miracolo liberando Maria di quell’orso di Silvano.

In fondo le preghiere erano state esaudite ma in maniera contraria da come avevano augurato alla donna. Di certo l’avevano salvata dalle grinfie della figlia. E la figlia di nome Grazia, solo di nome Grazia, si era dovuta trasferire lì con la famiglia, un marito e due figliole più un cane per assistere l’anziano padre, bisognoso di niente ma abituato ad essere accontentato in tutto.

Scopriva ogni giorno di più cosa significava essere trattato come un peso, vedere negli occhi di chi lo guardava l’immagine di un morto che insiste ancora a rinnegare il proprio funerale. La salute buona di cui si vantava un tempo era diventata solo un lontano ricordo e poi un’illusione. Grazia lo nutriva solo con i cibi scaduti augurandosi di anticipargli il viaggio all’oltretomba, le nipoti lo evitavano e il genero era un ghiacciolo che lo spostava come fosse un sacco di patate.

Doveva abituarsi a chiedere per favore, ottenendo in cambio solo cattiveria e scortesia, rispondeva alla malignità della figlia e alla sua lingua velenosa che quella era ancora casa sua e che la sua morte sarebbe stata più degna se fosse stato abbandonato piuttosto che accudito con tanta malvagità.

Ma non poteva fare altro che accettare una simile condanna visto il calvario che quella santa moglie aveva sopportato per cinquant’anni al suo fianco e la serena morte che le era spettata in premio, salvandola dalla figlia diabolica. Si augurava di essere perdonato dopo aver espiato i suoi peccati davanti ad un prete. “Il prete arriverà solo quando avrai già un piede nella fossa, prima te ne vai, prima mi disferò di questa casa, raccogliendo quel che mi spetta.”

Pochi giorni dopo suo padre cadde in una totale incoscienza che durò due notti e due giorni e Grazia sollevata fece ciò che attendeva da giorni, chiamò il prete per l’estrema unzione.

Don Raffaele era impegnato ad ungere con olio benedetto prima le mani e poi la fronte di Silvano, celebrando il rito di passaggio augurando al Signore di ospitare nella sua Santa casa un uomo poco pio come quello che stava guardando in volto mentre pronunciava le parole di misericordia, quando lo vide aprire gli occhi come un assatanato.

“Vi lascio il letto caldo!!!” Urlò con una voce proveniente più dal mondo degli spiriti che da quello dei vivi e lanciato un urlo di dolore agghiacciante, trapassò.

Tutti restarono gelati da quel messaggio infernale e non seppero dare fiato al loro spavento. Né il genero né Grazia, né Don Raffaele osarono pronunciare alcuna parola a coprire il profetico annuncio che ancora aleggiava nella stanza che come un’eco ad ultrasuoni rimbombava tra le pareti, prevedendo che uno scenario di morte avrebbe avvolto quell’oscuro luogo di miserie umane.

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