Nihil Obstat

Quanto tempo passato ad attendere il momento giusto, così che ora non saprei neppure comprendere quando l’ora è giunta.

Tutto doveva essere perfetto per dare il via a qualcosa, perché l’inizio fosse degno di cominciare in pompa magna con il banditore e l’araldo in testa e non dovesse essere invece un’operazione ripetuta infinte volte da sembrare costantemente una prova della prima che non andava mai in scena.

E gli anni intanto passavano a progettare e sognare i preparativi di un nuovo inizio con l’annuncio di un evento che non era mai esattamente come lo avevo previsto e quindi riempivo i vuoti con dettagli infinitesimali e assurdi, appesantendo nella mia mente le immagini di quel che avrebbe dovuto presentarsi ai miei occhi e al pubblico meravigliato che sarebbe accorso, come lo straordinario stile di vita di Michela.

Dopo aver creato una sovrastruttura pesante e goffa del mio evento, lo caricavo di importanza eccessiva, ne destinavo un ruolo estremo e determinante e così temendo il fallimento di tutto e quindi di me stessa agli occhi degli altri, rinunciavo vergognosamente.

Ora non so se è l’ora, quella che doveva giungere prima e non era mai giunta, ma entro in punta di piedi nel nuovo che cambia e cambia me stessa, sperando di aver perso quel bisogno di controllare tutto e di desiderare la perfetta perfezione. Inizio, poi completerò strada facendo oppure suggerirò varianti in corso d’opera, abituandomi al fatto che ciò che c’era prima era di certo imperfetto ma frutto della mia arte confusa e astratta come un’opera di Richter, a volte scarabocchiata con un senso profondo come lo zen doodle.

Ma se mi guardo dietro, vedo tanto spreco, tante caselle riempite con accuratezza e mai usate e niente che ne solleticasse la fretta di godersele per una piacevole e meritata pausa dalle continue riflessioni sulla perfezione della perfezione della perfezione.

Sarebbe bastato un fiore e ho voluto creare un giardino dell’Eden. Mi son persa e ora torno in carreggiata.

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