Raffaello


Mattia avrebbe dovuto visitare un mattatoio, non voleva andarci e me lo ha confidato. Gli ho risposto che per me, se voleva, avrebbe potuto restare a casa. Io lo comprendevo e non lo avrei obbligato assolutamente.

Mi è tornata in mente la casa dello zio Raffaello. Era il fratello maggiore di mia madre. Uno dei tanti tra fratelli e sorelle che facevano parte della numerosa famiglia Corazzi. Ora sono rimaste solo le femmine, che già da sole sono una banda. I maschi erano i più grandi e comandavano in quanto tali altrimenti sarebbero stati messi sotto dalla carica delle Corazzate.

In un attimo con il pensiero e il cuore sono volata lì, in campagna, con i pini che costeggiavano la strada sterrata che non riconoscevo mai fino all’ultima curva e anche ora non sarei capace di orientarmi. Spesso intravedevo appena la casa tra gli alberi, che già vedevo sbucare i miei cugini maschi più agitati, Filippo e Adriano, che si rincorrevano oppure scappavano dai più grandi che facevano gli scherzi.

Erano belli quei pranzi nei giorni di festa, dallo zio Raffaello ne abbiamo fatti troppo pochi, avrebbe meritato di più dalla vita, era simpatico e buono.

Un giorno ricordo che avrei dovuto seguire le mamme e i cugini e allontanarmi dalla casa ma avevo voluto restare nascosta in cucina, mi vergognavo di dire che avevo paura dei cavalli e gli altri erano andati proprio là. Poi sentivo già quell’anima romantica che mi prendeva e mi portava nei sogni ad occhi aperti.

Ad un certo punto avevo sentito un suono strano, acuto, forte, stridulo, non l’ho mai dimenticato. Sono uscita sul piazzale. Era bellissimo quel piazzale. Per me era grandissimo, mi fermavo ad osservarlo a volte, seguivo le crepe che viaggiavano da un punto ad un altro come un gioco dell’oca. Il bordo coincideva con la ghiaia che circondava tutta la casa e terminava con un terrazzamento. C’erano vasi di fiori di tutto i colori e da lì iniziavano gli alberi del terreno agricolo.

Allora non mi importava che piante fossero, quindi non saprei raccontarlo adesso. Ricordo lo zio sorridente e orgoglioso quando parlava della raccolta delle olive, della vendemmia, perciò penso ci fossero olivi, viti (il bottiglione di vino rosso era sempre in tavola e lui aveva le guance perennemente accese), ma potevano esserci anche meli e albicocchi per quel che ne so. Quando lui parlava tutti lo ascoltavano allegri, perché metteva sempre di buonumore.

In quel momento non vidi niente di quella bellezza però, perché dalla stalla che si apriva a fianco della casa, erano usciti i miei zii e mio padre che tenevano fermo un maiale mentre un altro lo apriva con un coltellaccio. E lo zio Raffaello, che mi vide subito, mi disse di non guardare e tornare dentro.

“Sei sicura?” Mi chiede mia madre quando glielo racconto poco dopo. “Io non ti ho mai portata quando ammazzavano il maiale, invece ti ho raccontato che era successo a me quando ero bambina. Forse te lo sei immaginato.”

Forse, o forse no. Ma lo zio Raffaello era reale. Gli piaceva tutto della vita e lei lo puniva per questo. Quando non gli è piaciuta più perché soffriva, avrebbe potuto lasciarlo in pace e invece, capricciosa ed egoista, si è offesa.

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