Scivolo virtuale


Avviò il suo PC quando ancora non erano le sette. Si era alzata all’alba e non si può dire che avesse dormito bene. La sera prima aveva faticato a prender sonno e solo dopo la mezzanotte si era addormentata. Lo sa con certezza perché l’ultima volta che aveva guardato il cellulare era passata già da otto minuti.

Il pensiero fisso era sempre quello: il suo lavoro. La disturbava di giorno non riuscire ad essere efficiente e la disturbava di notte quando le preoccupazioni le vorticavano in testa. Si sentiva come soffocata, perdeva energia vitale ogni volta che si sedeva alla scrivania e avviava il programma. Quelle immagini blu e gialle diventavano la sua prigione da cui non riusciva più ad uscire.

Per non perdersi nel traffico che rendeva l’avvicinamento al suo quotidiano tormento, un vero castigo, quella mattina se n’era andata di casa molto presto. Aveva fatto colazione senza gustarsi neppure quella misera brioche integrale e aveva bevuto in un sorso solo il cappuccino bollente come piaceva a lei.

Ed eccola lì a guardare gli sfondi di Windows che si susseguivano sul monitor. Quello che le piaceva di più era proprio l’immagine del mare che lambiva le rocce sulla costa. E proprio quella linea circolare delle onde basse in avvicinamento attirarono la sua attenzione. Immaginò di essere li in quel momento, con i piedi nudi dentro la sabbia a bagnarsi, a sentirsi libera, senza pareti prigioniere. Si rendeva conto di essere alle soglie di una crisi isterica o peggio un esaurimento. Aveva la sensazione di soffrire di leggere crisi di panico. Emozioni negative la sovrastavano e le impedivano di sentirsi serena e sicura di sé.

Si immerse nel suo lavoro con l’obiettivo di iniziare presto e finire entro la sera l’enorme mole di documenti impilati davanti alla stampante. Si interruppe quando senti un rumore come acqua che scorre e si guardò intorno. Il suono sembrava provenire dalle vicine pareti del suo studio e così si alzò per verificare che non ci fosse un tubo rotto. Dopo un giro di controllo nelle stanze vicine, tornò alla sua postazione un po’ infastidita perché aveva perso del tempo utile e faticava ad immergersi di nuovo nei procedimenti elaborati.

Sul monitor era tornata nuovamente l’immagine della costa rocciosa lambita dalle onde del mare. La visione dell’acqua la stava stregando. Si sentiva turbata dalla sensazione che le creava dentro. Il rumore sembrava cessato e concentrandosi sui dati da salvare, proseguì il suo lavoro. Era quasi un’ora che registrava e a breve sarebbero entrati tutti, portando con loro anche i rumori e i suoni fastidiosi, come le auto che entravano nel parcheggio, il telefono che squillava incessantemente e le voci che si accavallano.

D’improvviso si sentì meglio, il tempo sembrava non passare mai e la sensazione claustrofobica che avvertiva dalla sera prima se n’era andata. I piedi prima bloccati in una posizione scomoda fino a non sentirli, accorgendosi poi che le formicolavano così tanto da non riuscire a muoverli se non con uno sforzo doloroso, erano morbidamente appoggiati su una superficie calda e accogliente. La schiena non lanciava più fitte per il peso sui lombi costantemente piegati in direzione della sua tastiera ma si sentiva leggera e rinfrancata nello spirito.

Si accorse con orrore che l’ufficio era stato inondato dall’acqua ed era certa di non sognare. Era seduta nel suo ufficio, aveva sentito il rumore dell’acqua e all’improvviso l’acqua era arrivata. Le lambiva i piedi e poi l’aveva circondata e continuava a salire. Poteva solo sperare che i suoi colleghi arrivassero presto per fare scorrere l’acqua fuori e liberarsi di quella visione terrificante ma quando guardò l’orologio dovette arrendersi all’evidenza straordinaria in cui era incappata. Erano passati dieci minuti e non un’ora. L’acqua la copriva e raggiungeva la bocca, la paura le impediva di muoversi e quell’immagine dal monitor che l’aveva incantata, anche immersa, l’attirava.

Smise di respirare perché l’acqua le aveva riempito i polmoni ma cominciò a sperare che si sarebbe svegliata dall’incubo e invece dopo aver desiderato con tutta se stessa di trovare un po’ d’aria, si sentì scoppiare dentro ogni cellula che collassava tra le bolle. Intorno tutto divenne bianco e perse il contatto con il proprio corpo che le scivolò via o forse era lei che scivolava via. Le sembrò di vedere il sole illuminarle le palpebre chiuse che strinse ancora di più per il bruciore accecante.

Da troppo tempo era così nell’oblio, voleva capire se era morta o se era stato un sogno. Aveva paura di quello che poteva vedere ma non sapeva più resistere. Aprì lentamente gli occhi ma un colore neutro la circondava e non poteva distinguere le forme. Aspettò che si adattassero allo spazio circostante e poi si guardò intorno. Davanti ma spostato leggermente a sinistra, un enorme masso era piantato sulla costa bassissima, altri massi molto piccolo lo circondavano. Dietro, la costa rocciosa e frastagliata proseguiva fino al terreno sabbioso. I suoi piedi nudi affondavano nell’acqua e nella sabbia. Onde basse le lambivano le caviglie, stava in paradiso o nel paradiso terrestre ma non voleva andare più via.

Il rumore in ufficio divenne abitudinario, lo squillo del telefono non si interrompeva fino a che qualcuno non rispondeva. Le auto erano accese e venivano guidate fuori. Dell’acqua che aveva riempito gli ambienti prima, non c’era più traccia. Lei era lì seduta al suo posto a digitare lettere sulla tastiera. Scorreva le righe e girava le pagine senza un pensiero. Nessuna sensazione le disturbava il lavoro che proseguiva incessante e senza sosta. Quando passava dall’applicazione alle mail, per un attimo appariva lo sfondo sul monitor. Si vedeva li, piccola e immobile nella parte bassa dell’immagine, ferma come ferme erano le onde.

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