Appunti di viaggio

Emrin Sokolovic è un poeta che vive nei Balcani, nato in una terra che oggi non esiste, cittadino del mondo perché casa sua non gli appartiene ma gli è imposta.

È a Pesaro con Paolo Maria Rocco ed io sono qui ad ascoltare il suo messaggio, in una lingua sconosciuta che mi suona dolce nonostante i suoni spigolosi.

Scrive quello che ha visto e provato. Ma basta guardarlo negli occhi per capire che ciò che ha visto e provato gli è entrato dentro come una ferita strappata che non si sutura.

Ha uno sguardo spaventato o triste, non so interpretarlo, non muove un muscolo come se fosse abituato ad avere un nemico e lo sguardo è fisso verso un angolo lontano, come temendo che il pericolo arrivi all’improvviso e quasi cercando un senso a ciò che esprime.

Si isola dalla gente intorno, i suoi colleghi spiegano come le parole si rivoltano contro gli uomini per mostrare la bruttura del mondo quando passa dalla mente alla realtà. Le conseguenze di questo linguaggio lo vivono uomini sensibili come Emrin che per comprendere il suo mondo reale, domina le parole trasformandole in una danza poetica, nella speranza di creare un mondo nuovo, guarito dalle ferite umane.

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