Una rosa eterna


Giovanni, detto da tutti Giuan perché l’italiano dalle sue parti non lo parlava nessuno e tutti comunicavano in dialetto, faceva il custode della villa del dottore e abitava nella depandance dell’immenso giardino. Voleva essere considerato il più bravo custode dai proprietari di ville e terreni di quella striscia di terra incastrata tra la collina e il mare. Coltivava un orto e alberi da frutto di una bontà e di una bellezza che i vicini invidiavano e dall’ultimo anno si occupava di giardinaggio curando il giardino del dottore in cui erano piantati una magnolia; margherite giganti bianche e gialle; gladioli; tulipani rossi e arancio; un glicine che si allungava sulla cancellata; un gelsomino che aveva legato ad una staccionata e stava fiorendo; ranuncoli e giacinti intorno a casa. Lui aveva piantato un roseto dedicato alla moglie e si aspettava di veder fiorire rose di colore rosa come le Belinda e invece erano nate tante Cherry Brandy, rose gialle, striate di arancio e rame, bellissime e uniche. In quella valle nessuno le aveva mai viste. Ma a Giovanni non piacevano, soprattutto perché le aveva pagate care.

Prima di comprare la piantina aveva guardato i giardini dei vicini e scelto le rose del Duca, per tutti le più belle, che aveva appena costruito la sua casa più alta delle altre in fondo alla strada che dal paese portava alla campagna in trasformazione perché stava diventando un campo di fabbriche. Il Duca, che di rose ne aveva tante già fiorite a maggio, avrebbe potuto fare a meno di una Manora cremisi, di una thea Gioia o Florida dalle striature rosa e rosse o di una Grand Chateau con boccioli rosso scuro e i petali vellutati, la più bella di tutte, la regina delle rose, resistente dalla primavera al primo gelo dell’inverno. Quella voleva Giuan, ma il Duca non la regalò, voleva venderla e chiese troppi soldi e lui poveretto non ne aveva.

Trasportò il carretto con i formaggi preparati da lui, le verdure dell’orto più buone, i frutti più belli e succosi, portandoli fino in piazza ogni domenica dopo la messa e li vendeva tutti, tornando a casa a volte per pranzo, a volte al tramonto mangiando un pezzo di pane duro con due fette di formaggio e carne secca. Voleva quelle bellissime rose rosse e nessuna fatica era troppa per lui. Le sua cara moglie gli aveva dato quattro figli e la salute l’aveva abbandonata. Lui voleva dimostrarle il suo amore e tutti dovevano esserne testimoni.

Le rose avrebbero raccontato per sempre l’amore di un uomo per la sua donna e la sua bravura con i fiori. Ma quando si presentò con tutti i soldi, il Duca disse di no. Nessuno doveva avere rose belle come le sue e il povero Giuan tornò a casa deluso. Ormai a fine settembre non aveva più speranze e pensava di dover rinunciare ma davanti a casa la domenica dopo, si fermò una donna con un carro. Vendeva medicine e unguenti per le puerpere e di mestiere faceva la levatrice. La invitarono a entrare e visitò i bambini dal più piccolo al più grande e poi la mamma, pallida e senza forze. Scelse per lei i suoi medicinali migliori e quando presentò il conto a Giovanni, lui prese un colpo. Niente più soldi per la regina dei suoi fiori ma la donna prima di partire lasciò sull’uscio una piantina con una rosa, una rosa di un delicato colore rosa.

Lui la piantò sul retro della casa, a pochi passi dalla veranda e poteva osservarla ogni giorno crescere, la curò con dedizione tutto l’inverno, proteggendola dal gelo e dalla neve e la primavera successiva sbocciarono rose giallo arancio, con petali dalla forma a cuore ed elegante. Giuan si sentì raggirato e avrebbe voluto bruciarle tutte ma sua moglie e i suoi figli stavano bene ed erano sereni, pieni di energia e appetito. Avrebbe voluto metterle davanti al cancello, dove tutti potevano ammirarle ma aveva paura che qualcuno per invidia gliele tagliasse.

Il Duca andò a trovarlo per chiedergli della terra e vide le rose. Gli disse che erano modeste rispetto alle sue e che non erano importanti. E il custode in cuor suo gli augurò ogni male. Gli consegnò la terra e il Duca non gli diede neppure il soldo che aveva chiesto «co l’è ch’a vlè?» e una settimana dopo si presentò con una rosa cremisi da scambiare con la Cherry Brandy ma Giuan offeso non accettò. Non portò fortuna quella rosa se non alla moglie e ai bambini però, passata l’estate il dottore morì e il figlio cacciò via tutti da casa. Trovarono una nuova sistemazione sotto la valle, un’abitazione più grande ma con un giardino piccolo su cui non cresceva niente. Quando tornò a prendere le rose, queste non c’erano più. Il figlio del medico aveva devastato tutto e abbattuto la casa. Il Duca però le aveva salvate in tempo e piantate nel suo giardino. Giuan si arrabbiò molto e l’accusò di furto «suvvia Giuan, la terra non era vostra» «ma i fiori li ho pagati io, sono miei» lo minacciò alzando un pugno ma il Duca non si scompose «il mio giardino è più degno di rose come queste, non hanno portato niente di buono dove le avete piantate».

Giovanni si rassegnò e tornò a casa maledicendo le rose e se stesso. Tempo due anni la malattia lo avrebbe consumato come il Duca che lasciò poco dopo, per un colpo al cuore, la sua nuova casa e le sue rose, le quali da cento anni, accolgono tutti i passanti che dalla città salgono verso la collina attraversando quella striscia di terra.

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