Sauris

I nove chilometri a piedi di ieri si sono fatti sentire nelle gambe e questa mattina abbiamo optato per una gita turistica.

In auto abbiamo raggiunto Sauris, viaggiando tra i tornanti per un’ora. La diga ci ha ricordato la tragedia del Vajont. Per arrivare domenica, siamo passati attraverso la città di Longarone e alzando lo sguardo sui monti, abbiamo visto l’apertura come una feritoia. Una barriera di cemento e acciaio tesa ad arco interrompe la linea tra le rocce. È la diga che incastrata nella valle in profondità sembra un dente di gigante.

Lago di Sauris

Il lago di Sauris è un gioiello che appare come uno zaffiro incastonato tra i monti della Carnia. Tratti di gallerie in porfido interrompevano la visuale mentre proseguivamo in salita per raggiungerlo. Poi lo spettacolo è apparso all’improvviso. L’acqua ha un colore blu turchese. Ci inoltriamo tra i paesi Sotto e Sopra fino a trovare un tavolo per gustare lo speck rinomatissimo.

Per proseguire lungo il lago, Nicola chiede istruzioni ai locali, ospitali e gentili. Ritorniamo alla diga e l’attraversiamo. Luca e io siamo in macchina con lui e il divertimento è assicurato. Arianna che occupa il sedile anteriore del passeggero, in jesino tenta di convincere il padre a non attraversare la diga, Cristina vuole andare a vedere, così ci troviamo sotto l’arco della SADE e entriamo in galleria. Non possiamo più tornare indietro e spaventati, andiamo avanti con la fioca luce delle lampadine e dei fari. Superata la galleria diretta al Rifugio Torino, cerchiamo un posto un cui accostare l’auto per ammirare il lungolago a piedi. A quel punto ci inoltriamo in un sentiero ma la pioggia ci sorprende.

Indossiamo gli impermeabili e proseguiamo ma la pioggia diventa temporalesca e allora capiamo il messaggio. Torniamo indietro e una volta in macchina, torna il sole. Gli uomini in esplorazione sulla diga incontrano i tecnici della a2a che rispondono alla miriade di domande che Nicola sforna a raffica: i sensori, le deformazioni, la capienza, le pompe e il pompaggio, lo svuotamento e il riempimento.

Ma è il ritorno che ci regala la fibrillazione maggiore: nella galleria di porfido appena intrapresa, incrociamo lo stesso tir incontrato stamattina in una curva stretta sullo strapiombo. In questo caso è venuto velocemente verso la nostra direzione e Nicola ha dovuto stringere la macchina sulla roccia sporgente mentre il camionista dall’alto della sua postazione urlava “avanti” nel tentativo di fare passare il suo enorme mezzo con tanto di articolato al seguito.

Una volta ripreso colore, abbiamo proseguito tra le risate di chi l’ha scampata grossa.

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