Cometa nera -12


Ripensai alle centinaia di foto scattate, alle scene scrutate, spiate, analizzate, studiate; ai video visti e rivisti fino a memorizzare tutto di lei, ogni minimo particolare. Ricordai ogni prova fatta, ogni azione ripetuta fino a eseguirla in modo perfetto, senza tralasciare neanche un battito di ciglia; nella testa mi risuonarono le parole di Ludo che mi obbligava a ripetere, ripetere, fino alla nausea, a non trascurare nessuna caratteristica: il movimento degli occhi, della bocca, delle dita, dei piedi, della schiena, del collo, delle spalle; a non dare niente per scontato. Insistere, spiare, imitare, recitare, studiare. Ogni sforbiciata ai miei capelli era una prova superata: uno: l’audizione; due: l’umiliazione sui giornali; tre: lo striptease; quattro: il legame con la malavita; cinque: la talpa per Vasco; sei: il tradimento di Giuliana; sette: l’aggressione; otto: la violenza; nove: la prostituzione; dieci: l’omicidio. Avevo fatto tutto quello che avevo pianificato, ero scesa nella polvere, poi nel fango, infine all’inferno ed ero riemersa. Ero diventata forte come non lo ero mai stata.
Aprii la borsa della lavanderia e tirai fuori il tailleur nero Armani con le scarpe e gli accessori uguali ai suoi, studiandomi allo specchio iniziai la trasformazione. “Non devi essere semplicemente uguale” mi ripeteva Ludo, “devi camminare come lei, muoverti come lei, sorridere come lei, salutare come lei, guardare come lei, rispondere come lei, parlare come lei, pensare come lei. Insomma devi essere lei”.

«Buongiorno, sono Tony Barento, ho un appuntamento con il direttore!». La segretaria si alzò in piedi agitata per l’emozione che avevo suscitato presentandomi all’improvviso e gesticolando in modo assurdo, compose l’interno.
«Signora Barento per noi è un grande onore averla qui. Posso mostrarle il museo archeologico? La nostra è la più prestigiosa collezione etrusca del mondo…»
«Sono qui per affari e non in gita scolastica!». Esclamai cinica. Attraversai il pavimento bianco e nero per raggiungere l’ufficio in fondo al corridoio da cui l’avevo visto uscire. «Avrà letto i giornali immagino. Ho subìto un furto. Ladri in casa mia, ci pensa?! È stato traumatico». Mi diressi al suo divano in pelle nera consumata e sedetti accavallando le gambe cercando sempre di sembrare più bassa. «Ovviamente avevo provveduto a fare una copia delle opere e per fortuna quei malviventi hanno pensato che lasciassi oggetti così preziosi sulla mensola del camino, che idioti!». Commentai sarcastica mentre mi accendevo una sigaretta.
«Posso vederle?». Il direttore non stava nella pelle.
«Certo, sono nel baule, apra pure». E lasciai che sganciasse le cinture di sicurezza.
«Mio Dio! Mai viste sette statuine votive in bronzo così ben tenute, tutte insieme, sono meravigliose, non ho parole!». Esclamò godendo come uno gnu. Le guardava incantato senza il coraggio di toccarle. Chiamò l’esperto che dopo i vari accertamenti, confermò la veridicità e unicità delle sculture del settimo secolo avanti Cristo, con tanto di verbale, firma e timbro. Non avevo dubbi.
Prima di andare in onda quella domenica, avevo chiamato Vasco per passargli le mie copie etrusche. Ero diventata una falsaria, prima per divertimento a scuola, poi per soldi. Vasco aveva sostituito le sacche in commissariato quando il suo collega le aveva portate alla scientifica per l’analisi.
Con la mia voce imperiosa pretesi che la segretaria scattasse qualche foto con la mia macchina digitale per celebrare l’occasione. «Un brindisi agli Etruschi, cheese».
«Ora parliamo di affari, direttore. Voglio duecento milioni, altrimenti le venderò al Guggenheim». Gli vidi il mento cadere giù e le labbra tremare, biascicò qualcosa poi chiamò il commercialista. ma sapevo che li avrei ottenuti.
«Prego, questo è il mio conto corrente, aspetterò l’accredito con impazienza». Firmai le pratiche falsificando per la milleduecentesima volta la firma del copione che avevo rubato. Salutai e uscì chiedendo di rispettare la mia privacy.

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