Dama Ester 1


Giovanni aprì il portone di legno vecchio e bitorzoluto, lo sentì toccare il muro dell’ingresso, scricchiolare lento e richiudersi alle sue spalle per via del battente inclinato. Fuori rimasero il ronzio delle mosche e il caldo umido del pomeriggio assolato. Si ritrovò nella frescura della Casaccia del dottor Manfredi e svelto come suo solito, entrò in cucina senza fare rumore. Attraverso i ricami fioriti della tendina alla finestra osservò il giardino appena terminato. Quell’anno tutta la Valle aveva improvvisamente scoperto che era lui il migliore giardiniere di quella striscia di terra, tra la collina e il mare pesarese.
Bevve un sorso d’acqua dal rubinetto, sciacquò il bicchiere e lo lasciò a scolare nell’acquaio sotto alle mensole decorate, poi si preparò una merenda frugale fatta di frutta secca, miele e pane raffermo. Nella quiete interrotta solo dal cinguettio dei passeri, sentì d’un tratto la vocina piangente del suo terzogenito: «mamma…». Sperò si riaddormentasse subito, aveva ancora l’orto da sistemare e con i figli avrebbe giocato più tardi. Si trattenne per ascoltare la dolce ninna nanna di sua moglie e colse il sospiro di sollievo una volta tornata a riposare sfinita. La levatrice aveva detto che mancava una settimana al parto e il bambino non si era ancora girato.
Sull’uscio gettò lo sguardo infastidito alle rose giallo cremisi piantate quell’inverno nel fazzoletto di terra davanti alla Casaccia, serrò la mascella e girò la testa in direzione della finestra al secondo piano della villa. Quel lato del palazzo era coperto di edera, ma sentiva che lei lo stava guardando. Voltò l’angolo e si affrettò verso la parte più estrema della proprietà per innaffiare gli alberi da frutto. Fece mente locale di avvisare Fernando che era ora del raccolto, ci avrebbe pensato lui a trovare i braccianti. Si interruppe per i guaiti del cane nell’aia e un attimo dopo vide qualcuno arrivare dalla strada impolverata e nascondersi dietro all’oleandro. Un altro curioso che aveva creduto alle storie sul fantasma di cui parlavano tutti da mesi.
Era sera quando prese la tanica di gasolio agricolo e diede fuoco alle rose. I petali si accartocciarono su se stessi, neri come carbone e caddero tra le fiamme fino a che non rimase che terra nera bruciata.
«Perché lo fai?», chiese la moglie scalza sulla porta.
«Dovevano essere rosse, invece sono gialle», rispose piccato senza alzare lo sguardo.
«Erano bellissime, più belle di me», e portò una mano sul grembo a punta.
«Erano maligne», si stupì di averlo detto, «lei è gelosa», e voltò la testa verso il muro di edera.
Sua moglie si strinse nello scialle e tornò a riposare mentre Giuàn raccoglieva la cenere per gettarla nel giardino del dottore. Un soffio freddo e gelido gli sfiorò la casacca, mosse le foglie della magnolia e batté la persiana al secondo piano.
«Sei contenta adesso?», gridò verso la finestra prima di andare a dormire.
Il mattino dopo in quel punto c’era una rosa giallo cremisi, Giuàn la vide dalla finestra e uscì guardarla da vicino. Spalancò il portone bitorzoluto e un strano ramo attorcigliato proprio dove il giorno prima bruciava il roseto, era spuntato dal terreno. In cima, quello che sembrava un bocciolo nero carbone con striature gialle, si stava aprendo con la rugiada del mattino.

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