Dama Ester 2


Sull’uscio gettò lo sguardo infastidito alle rose giallo cremisi piantate quell’inverno, serrò la mascella e girò la testa in direzione della finestra al secondo piano della villa padronale. Quel lato del palazzo era coperto di edera, ma sentiva che lei lo stava guardando. Voltò l’angolo e si affrettò verso la parte più estrema della proprietà per innaffiare peschi, ciliegi e albicocchi. Fece mente locale di avvisare Fernando che era ora del raccolto, ci avrebbe pensato lui a trovare i braccianti. Si interruppe per i guaiti del cane nell’aia e un attimo dopo vide qualcuno arrivare dalla strada impolverata e nascondersi dietro all’oleandro. Un altro curioso che aveva sentito le storie sul fantasma di cui parlavano tutti da mesi. Era ormai sera quando prese la tanica di gasolio agricolo e diede fuoco alle rose. I petali si accartocciarono su se stessi, neri come carbone e caddero tra le fiamme fino a che non rimase che terra nera bruciata.
«Perché lo fai?», chiese la moglie scalza sulla porta.
«Dovevano essere rosse, invece sono gialle», rispose piccato senza alzare lo sguardo.
«Erano bellissime, più belle di me», e portò una mano sul grembo a punta.
«Erano maligne», si stupì di averlo detto, «lei è gelosa», e voltò la testa verso il muro di edera.
Sua moglie si strinse nello scialle e tornò a riposare mentre Giuàn raccoglieva la cenere per gettarla nel giardino del dottore. Un soffio freddo e gelido gli sfiorò la casacca, mosse le foglie della magnolia e batté la persiana al secondo piano.
«Sei contenta adesso?», gridò verso la finestra prima di andare a dormire.
Il mattino dopo in quel punto c’era una rosa giallo cremisi, Giuàn la vide dalla finestra della cucina e incredulo, uscì per guardarla da vicino. Spalancò il portone bitorzoluto e un strano ramo attorcigliato proprio dove il giorno prima bruciava il roseto, era spuntato dal terreno. In cima, quello che sembrava un bocciolo nero carbone con striature gialle, si stava aprendo con la rugiada del mattino.
Dalla Casaccia la strada curvava e scendeva ripida per tre chilometri, superava il lavatoio fino a raggiungere la campagna del Duca ormai trasformata in un campo di fabbriche e proseguiva per Santa Maria. I terreni coltivati e le decine di uomini al lavoro appartenevano a un mondo finito da due anni.
Dal suo licenziamento, davanti alla casa del Duca Giuàn tirava dritto e nelle giornate storte era capace di buttar giù dal cielo tutti i santi e anche qualche diavolo insieme alle bestemmie che masticava tra i denti. I lavori per ammodernare il suo brutto palazzo erano terminati da mesi, ma di lui neppure l’ombra. Si diceva in giro che temesse per la sua incolumità per tutti i contadini che aveva lasciato senza lavoro.
Dopo aver tagliato il bocciolo nero e averlo piantato sotto la finestra della Dama, Giuàn quel mattino passò davanti al palazzo in bici a ruota il carretto strapieno per il mercato e rallentò.
Le più belle rose che avesse mai visto erano lì, proprio davanti a lui, di ogni colore e forma: Manora cremisi, thea Gioia, Florida dalle striature rosa e rosse e Grand Chateau con i boccioli rosso scuro e i petali vellutati, la più bella di tutte, la regina delle rose, resistente dalla primavera al primo gelo dell’inverno.
Quella chiese Giuan , ma il Duca gli rise in faccia, «Se la vuoi, dovrai pagarmela, ma non penso che con il tuo misero salario da contadino potrai permetterti una rosa da signore». Chiese troppo, troppo per Giuàn. «Puoi sempre farti aiutare dalla Dama del castello» e rise di gusto un’altra volta.
«Non le conviene ridere di Dama Ester, signor Conte», rispose poggiando il piede a terra, «non ha il senso dell’umorismo», e dopo avergli visto sparire il sorrisetto divertito, partì con i soliti cigolii a tenergli compagnia…

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