Dama Ester 3


Due donne erano salite fino alla Casaccia già nel tardo pomeriggio. Arrivavano da Montebello. Alla Valle temevano il fantasma di cui parlava tutto il paese. Anche don Carmine conosceva la storia e si faceva il segno della croce ogni volta che passava davanti al cancello. La levatrice suonò alla porta quando il sole era già tramontato da un’ora e le nuvole si stavano addensando minacciose. Disse a Giovanni di chiudersi con i bambini nella camera in fondo per non sentire le grida. A notte fonda le doglie si fecero più dolorose e la situazione si complicò.
Dall’angolo vicino alla finestra, Giuàn vide la sagoma di Ester girare senza sosta per tutto il secondo piano della Villa. La pioggia incessante della sera era diventata temporale con lampi e tuoni. Ad ogni bagliore gli sembrava di vederla tormentarsi, una volta apparve anche in giardino, con i capelli e la camicia da notte bianca mossi dal vento.
Il cielo sfumò dal nero cupo al viola, poi si accese dei toni arancioni. Il gallo cantò. L’ultima candela illuminò la scena. La levatrice affranta, tentò una mossa disperata per estrarre il nascituro che non voleva girarsi. La madre dolorante e senza più forze, dava segni di scoraggiamento, non poteva attendere il giorno.
«Spingi». Le ordinò mentre contava.
L’ultimo urlo sembrò uno squarcio, poi ci fu un silenzio infinito interrotto solo dal vagito del neonato. Strilli di contentezza misti a pianto liberatorio svegliarono i bambini. Il più piccolo, curioso, corse davanti alla porta della stanza in attesa di conoscere l’essere su cui avrebbe potuto rifarsi dei dispetti subiti dai maggiori.
Giuàn vide la moglie sfinita, in un mare di sudore, ma sorridente, illuminata dalla luce dell’alba che entrava attraverso le tende a fiorellini rosa, mosse dal vento. Chiuse la porta e il viso di lei si trasformò in una maschera di angoscia. Sull’interno del legno bianco era appena apparso il nome ”Serena”.
«Come fa a sapere che è una femmina? Come fa? Il nome… Io l’ho solo pensato, non l’ho detto a nessuno». Si coprì il viso pallido con le mani graffiate e tremanti, i singhiozzi diventarono pianto, fino a scuoterla tra le lenzuola candide prontamente cambiate.
«Calmati… adesso riposati. È un bel nome e lo hai scelto tu, per me va bene. Lei non è cattiva, vuole solo aiutarci». Le baciò le mani e la lasciò dormire.
Corse sotto la finestra di edera e riprese il bocciolo nero di rosa. Si era aperto e all’interno i colori passavano dal blu notte all’indaco con striature gialle. «Non so cosa vuoi da me, ma in cambio proteggi lei e i bambini». Le persiane sbatterono due volte alla finestra e infine si chiusero con forza. Ogni rumore cessò, le foglie smisero di muoversi al vento e il cinguettio tra i rami si spense.

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