Dama Ester 6


«Mio padre aveva una sorella insopportabile, amava solo i fiori», disse Magda, «la cacciò dopo anni di litigi. L’accusava di rubare, rompere e spostare le cose. Ma io sapevo che zia Maria era solo invidiosa. Tutto il resto era opera di Ester».
Lasciò che Giovanni morisse di curiosità, poi dondolò la testa maliziosa. «Ero l’unica a vederla, sai», gettò le mani incrociate sul grembo e riprese il racconto.
«Maria si portò via le sue amate rose rosse e senza quelle, poco a poco Ester scomparì, ma sapevo che non se ne era andata. Da allora aspetta qualcosa o qualcuno, ne sono sicura». Porse la rosa a Giovanni che la strinse tra le mani come una reliquia.
I lamenti spettrali di Ester presero la forma di una nebbia densa, che risoluta dal giardino si sollevò fino alla Casaccia. Penetrò tra le fessure del portone bitorzoluto e strisciò insinuandosi nella camera matrimoniale come un vapore nefasto.
Giovanni aprì la porta ignaro e furtivo come un ladro infilò la rosa rossa nel vasetto di vetro sbeccato, vicino alla finestra. Ester aveva occhi ovunque e temeva una sua reazione.
«Non la voglio, l’ha portata quella», frignò gelosa sua moglie sprofondando gli occhi bui e lucidi nel cuscino, lui confuso tornò in cucina a confabulare con la vecchia amica.
«Com’è morta?». Chiese Giovanni. «È vero che si è uccisa?». Girò lo sguardo verso la villa e inspirò pensieroso.
Magda scosse la testa. «È stata sua madre».
Giovanni strabuzzò gli occhi, lei lo aveva in pugno.
«Pazzesco, vero?!», si alzò in piedi e prese la cuccuma sulla mensola, poi aprì alcuni sportelli fino a che non trovò il caffè. «Dov’ero rimasta? Ah! Si… Ester si era innamorata di Alberto, il marito di Eva, sua sorella, un uomo molto affascinante. Nei suoi diari scriveva che non riusciva più a dormire, né a mangiare, lo amava alla follia. Si vedevano qui, nella tua camera da letto». Gli puntò l’indice contro mettendolo a disagio e rise eccitata, come una scolaretta dopo averlo visto deglutire sopraffatto.
«Le cose precipitarono quando sua madre scoprì la gravidanza che nascondeva sotto abiti larghi. Sconvolta, la uccise spingendola giù dalle scale. In realtà è morta dopo alcuni giorni nella sua camera. È lì che il suo spettro ha trascorso tutto questo tempo». Mescolò lo zucchero e avvicinò la tazzina.
La sagoma nera come la notte attese l’oscurità e uscì dal nascondiglio, Elvira impietrita vide un riverbero sorriderle e saettare nella stanza mentre gli occhi le si svuotavano. La poltiglia di pece volteggiò minacciosa sulla piccola Serena addormentata nella culla. Attendeva da un secolo la sua ricompensa.
La luce della luna scivolò sui bordi del vasetto, un riflesso brillò e la rosa quasi si accese. La nube trafitta si assottigliò in lunghi tentacoli fino a diradarsi ed Ester ricomposta in forma umana, sfiorò un petalo. Tremò per l’ardore di un tempo, un’onda possente la travolse e spaventata serpeggiò sull’erba fino a nascondersi tra l’edera.
«Vuoi dire che io l’ho rinforzata curando il giardino? Sparirebbe se lo bruciassi? Maledizione!». Quasi si ustionò la lingua con il caffè.
«Dimentichi che Ercole vuole comprare la villa e sai quanto lui ami le rose, vive per loro. Farebbe tornare questo posto bello come un secolo fa e tu dovresti cercarti un’altra casa».
«E tu non vendergliela». Rispose risoluto.
«Oppure…», lei abbassò il mento e lo fissò intrigante, «gli facciamo credere che Ester è disposta a tutto pur di tenerti qui con lei» e schioccò le labbra certa di averlo convinto.
«In che modo? Tu non hai niente che possa interessarla», affermò giocando con i fondi del caffè.
«Però tu si…» precisò lei sollevando un sopracciglio.
Giovanni si alzò di scatto. «Mai! E ora fammi il favore di andartene». Le chiuse la bocca come uno schiocco di frusta.
Il grido di Elvira gelò la stanza e riscosse Domenico sonnecchiante, affossato nella cuccia del cane con la testa sulla mensola del camino. L’autista si voltò confuso verso il padrone di casa e lo seguì con lo sguardo mentre afferrava impetuoso il coltellaccio appeso tra gli arnesi per la griglia e usciva scaraventando ogni cosa che lo ostacolasse nella corsa. Allarmato dal fracasso si alzò e corse fuori nel buio, deciso a lasciare per sempre quella casa maledetta. Si affrettò sbracciandosi per infilare la giacca, con Magda che lo spintonava per passargli davanti. Voltarono l’angolo e corsero alla rimessa dietro alla villa per entrare in auto.
Domenico infilò inutilmente le mani nelle tasche, raccogliendo un fazzoletto, qualche spicciolo, due bottoni, il porta cravatta, un gemello e le mollette per i pantaloni. si accorse di non avere le chiavi, e preso a pugni il volante, uscì a cercarle. Magda sbruffò e scosse la testa impaziente, prese la boucheron dalla borsetta e provò a sistemarsi il trucco con la poca luce che filtrava.
La nebbia si infittì davanti alla rimessa, ricoprì le ruote e si infiltrò nella carrozza. Il primo colpo di tosse fece cadere giù la trousse e Magda scoprì di essere immersa. Provò a uscire, ma la tappezzeria scottava. Uno strano calore l’avvolse, le gambe si fecero pesanti e il sonno la raggiunse.

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