Dama Ester 8


«Questa sarà la nostra arma», mostrò la rosa rossa a Magda. «Tutte quelle che ho piantato fuori dal giardino sono diventate nere, scommetto che questa invece le fa paura».
Perché?, chiese la donna.
«Seguo il mio istinto». Fu l’unica risposta che ottenne.
La nebbia si era ritirata nel frattempo e un’ombra bestiale si stava aggrappando all’edera per salire fino alla finestra. Un rumore di serrature vecchie e cigolanti riempì l’interno del palazzo. Dopo diverse spinte e strattoni, l’antico portone cedette. Era così gonfio e pesante che dovettero spingerlo insieme per non farsi ricacciare fuori. Si aprì con un suono stridulo sul marmo freddo. La luce della lampada proiettò un’ombra lunga e filiforme sul pavimento illuminato dalla luna. Echi di passi decisi e pesanti, seguiti da quelli più leggeri e frettolosi si inoltrarono verso la scalinata.
La fiamma fece luce sul quadro in cima. Una ragazza in abito ocra stringeva tra le braccia una bambina e una neonata, il viso rivolto verso un punto lontano.
«Che ne è stato della bambina?».
Domandò a bassa voce Giovanni senza distogliere lo sguardo.
«Quale bambina?» Chiese Magda con aria innocente.
«La figlia di Ester». La rimproverò lui melenso.
«Come lo sai?», gli rivolse l’espressione realmente stupita.
«L’ho capito prima, guardando Elvira con Serena e poi la rosa rossa». Era stata una vera rivelazione. Tutto era apparso d’improvviso chiaro e semplice. Di una semplicità disarmante e dolorosa.
«Ho sempre pensato che questa fosse Federica con le figlie, Ester ed Eva. Invece è Aurora Oliva, sua madre e l’altra figlia è Vittoria».
Si spostò lungo il corridoio fino al primo arco a sinistra. Un quadro scuro, carico di tensione apriva l’ingresso alle stanze del piano superiore. Di sopra c’era la camera dello spettro.
«Questa è Ester… e la bambina è sua figlia». Indicò candidamente il quadro. «Scommetto un anno di raccolto che si chiamava Serena».
«È stata data in adozione». Magda tossì poi fissò la punta dei piedi e sollevò i tacchi. «Vieni, i diari erano in biblioteca, spero di trovarli ancora lì».

«Ecco, vedi?». Annunciò Magda e mise il diario sopra all’albero genealogico che consultava Giovanni.
«Per la miseria! Mi hai fatto perdere il segno». Brontolò lui.
«È come ho detto io. È stata la madre. Leggi qui. Sai leggere, vero?», Lo provocò lei guardandolo da sopra le lenti.
Lui la fulminò e prese in mano il taccuino. Lo spostò in cerca di luce, lo avvicinò al naso, lo allontanò e poi dovette arrendersi.
Un brivido scosse Magda che si guardò in alto con la strana sensazione di essere osservata.
«Non riesco a leggere una scrittura così piccola e piena di fronzoli». Lo lanciò in aria e così facendo, un biglietto ingiallito nascosto tra i fogli cadde a terra.
«1823, Federica M, colonna XI», i numeri romani sopra alla libreria arrivavano fino alla X. Da lì, una parete interna più spessa raggiungeva la finestra.
«Cosa stai facendo Giuàn?». Domandò vedendolo spostare mensole e divisori.
«Leggi qui». Le mostrò un altro taccuino con la copertina rossa dopo aver scoperto un vano nascosto in una nicchia dietro allo scrittoio.
Sbigottita, non riusciva a credere a quel che aveva tra le mani.
Magda aprì all’ultima pagina scritta e si sedette accanto alla lampada di nuovo carica.
«Ai Gennari? La figlia di Ester è stata data in adozione ai Gennari?».
Esclamò Giovanni dopo aver guardato tutto l’albero genealogico.
«Si, è scritto anche qui. Mio Dio, Giuàn!», si portò una mano al petto, incredula. «Qui dice che è stato il cognato. Le ha sparato sulle scale, poi si è ucciso… L’amante, capisci? Per impedirle di uccidere Eva e Beatrice».
Emozionata e furiosa, Magda chiuse il diario e lo mise nella borsetta. «E pensare che la trovavo romantica, invece era solo una creatura crudele».
«Questo però non spiega il segreto della rosa. Perché ne ha paura?».
«È ora di scoprirlo. Usciamo di qui, ti prego. Ho paura». Un’ombra strisciò e Magda saltò sui piedi strillando.

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