Gatto Marzio e la gazza ladra 10


Mentre Vincenzo apriva un varco sotto gli occhi attenti del padre, Alpino era rapido a sfruttare il momento propizio. Con due scatti raggiunse la pistola e la puntò contro il maresciallo Longo, freddo e indecifrabile come una ricetta medica.
“Faccia da galera” lo sorprese però lanciandogli addosso un’asse che lo investì in pieno, lo parò con entrambe le mani e la pistola volò tra i piedi di Longo dopo aver sparato un colpo in aria.
Disarmato, Alpino l’affrontò con l’asse maneggiandola come una katana, l’altro rovinò a terra colpito al naso. Si rialzò a fatica, sanguinante, cercò l’arma tastando il pavimento e si rivoltò minaccioso, ma un calcio alle ginocchia lo fece atterrare di nuovo. Alle sue spalle il padre raccolse la pistola e interruppe la lotta.
«Ho detto che devi andare in cantina a cercare i gioielli», gli ripeté gelido e il figlio non osò neppure guardarlo. Curvò la schiena, respirò profondamente, poi scese di sotto.
Alpino si ritrovò di fronte al maresciallo senza un’idea per uscire da quell’impiccio e con una scomoda sensazione di Game Over.
«Addio Pizzagalli». Commentò cinico Longo con un ghigno vincente sulla bocca.
Una scossa risalì dal terreno e un suono spaventoso come di una risata stridula riempì la stanza. Il grido agghiacciante di “Faccia da galera” inghiottì il padre come un uragano. Alpino lo vide dilatare gli occhi e le narici, incassare la testa nelle spalle e voltarsi verso il sottoscala. Il grido cessò e non si udì altro.
«Vai, muoviti», gli intimò il maresciallo e il gozzo gli risalì in gola.
«Vacci tu, è figlio tuo». Si rifiutò Ernesto con le mani frenetiche a cercare una posizione.
«Ho detto muoviti», ripeté autoritario puntandogli la pistola con gli occhi fissi sul varco. Alpino non perse neppure un secondo nel decidere.
«Ho detto di no, sei sordo?». Incrociò le braccia e puntò i piedi.
La risata tornò di nuovo, la parete esterna alle spalle di Ernesto crollò dopo una nuova scossa e lui si gettò fuori subito, mentre dietro, si udì un colpo di pistola contro il vetro della finestra mandandolo in frantumi.
Il maresciallo guardò il sottoscala e lo squarcio, era indeciso se soccorrere il figlio o inseguire Alpino.
«Al diavolo». Optò per la seconda e quando si mosse, qualcosa lo ostacolò. Un vento giallo putrescente lo avvolse e gli vorticò intorno, la bocca di Longo si aprì in un’espressione di stupore e dannazione, infine una voce cavernosa chiamò il suo nome più volte. La spirale scomparve e lui cadde a terra inerme. La bocca pietrificata sembrava cercare l’ultimo anelito di vita mentre la luce negli occhi terrorizzati si affievoliva fino a spegnersi.
Il solaio scricchiolò. Una pioggia di detriti cadde sul volto ripugnante, per ultime le assi cedettero, crollandogli addosso e seppellendolo.
Un enorme nuvola di polvere si sollevò da terra insieme al tintinnio del metallo. Barale, seguito da Ernesto che aveva cercato i soccorsi, apparve sulla porta e dovette fermarsi per non essere investito. Solo con l’aria rarefatta si accorsero della montagna di gioielli. Sollevarono lo sguardo in alto e scoprirono il nascondiglio.
Barale scese in cantina e quando tornò su dovette riferire ad Alpino che Vincenzo era scomparso.

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