Pettegolezzi retrò


La signora Stefania guarda la strada dalla finestra della sartoria. Si augura che sarà un giorno di quelli che le piacciono tanto. I cappelli sono esposti sul tavolo in rovere lucidato a specchio e gli abiti in lana e in jersey sono già confezionati. Ce n’è per tutti i gusti, le taglie, l’età e i portafogli. Bè certo, la sua sartoria non è proprio per tutte le donne del paese. Solo per le signore. Non basta andare dignitosamente a messa la domenica per entrare. Bisogna saperlo portare, un suo abito, o un suo cappotto, tipo quello cammello con il pelo sul collo esposto in vetrina.

La signora Stefania sorseggia il tè e guarda la moglie del vecchio droghiere che attraversa la piazza per andare dal marito. Lei in sartoria non entra, per fortuna. Con tutte quelle chiacchiere che l’accompagnano sarebbe indecoroso averla come cliente. Passa gettando i fianchi prima a destra poi a sinistra, i seni grandi e sodi sballonzolano quando i tacchi a spillo infilzano i sanpietrini e tutti gli uomini sbavano. Mentre il marito prepara le spezie lei condisce i letti e le poltrone dei ricchi e massaggia anche qualche giocatore della Beccalossi Virtus. Lo dicono tutti, anche il prete. Qualcuno mormora che anche il suo confessionale sia stato insaporito dalle generose attenzioni della signora Lucia.

La porta si apre ed entra il giudice Spada con la consorte. Trenta minuti buoni per scegliere un vestito particolare, unico. Basta con il nero classico, solito, scontato. È ora di osare qualcosa di nuovo, dice lei. La incoraggia anche il marito che intanto allunga gli occhi sulla scollatura della signora Stefania. Passata la mezz’ora la cliente sempre più indecisa, alla fine sceglie. L’abito nero, con il cappotto nero e le scarpe nere. Il marito apprezza e paga, la signora Stefania come sempre commenta, «ottima scelta».

La porta si apre, si scambiano i soliti auguri di buone feste quando all’improvviso il ragazzetto della pasticceria all’angolo passa e urla: «È morto il droghiere, la signora Lucia l’ha trovato stecchito in cantina ed è svenuta. Don Saverio la sta rianimando insieme al medico e al macellaio». Nella sartoria della signora Stefania è sceso un silenzio imbarazzante. Nessuno dei tre osa fare commenti, poi un sospiro profondo, un borbottio, il giudice afferra la porta, «Qualcuno deve avergli aperto gli occhi sulla moglie e lei glieli avrà chiusi per sempre… Buona giornata, signora» e sono usciti tenendosi a braccetto. Ma un attimo dopo dalla vetrina la signora Stefania sente il giudice, «Penso cara sia meglio se vado a sincerarmi che non ci sia bisogno della mia presenza» e si affretta lasciandola sola. Si guarda in giro per essere certa che nessuno abbia sentito e poi si allontana dritta come una scopa.

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