Una donna. Novembre


Ieri hanno suonato alla porta. Ero appena tornata dal lavoro e avevo solo voglia di immergermi in un bagno caldo. La signora Paola mi aveva fatto pulire tutte le serrande, sembravano bianco sporco e alla prima passata di spugna ho scoperto che erano solo sporche, di polvere e di anni.

Ho spremuto la bottiglia del bagno schiuma per far uscire le ultime gocce, era così vuoto che si è incollato. Quando sono andata al supermercato la cassiera mi ha detto l’importo e mi mancavano i soldi, così ho cominciato a togliere il superfluo. Mi ha guardato come si guarda una fallita, una morta di fame. La ragazza al mio fianco mi ha squadrato con disgusto masticando una gomma, invece l’uomo dietro di lei si è coperto con gli occhiali da sole e ha rotto il silenzio con una tossetta nervosa. Chissà perché mi ha irritato più lui che le due stronze.

Non mi posso permettere di nuotare nell’oro, embè? Ma non mi lamento. Anzi. Mangio quando mi va e quello che mi va e preparo solo per me. C’ho la tivù, il giornale del giorno prima e una rivista che qualcuno abbandona all’angolo della via Appia, vicino ai cassonetti. Mi fa un regalo e non so neppure chi è. Ho installato il telefono, squillava a tutte le ore. Volevano i soldi. L’ho disdetto subito. Però la mia casa è pulita e in ordine perché ci tengo e mi fa bene qui, alla testa. Passeggio, l’altro giorno sono arrivata fino al Testaccio. Quanti anni sono passati, era un’altra epoca. C’erano le coppiette che camminavano abbracciate, mi si è aperto il cuore. Mi sentivo una regina.

E comunque il campanello non la smetteva di suonare. Mi ero già spogliata, ho infilato l’accappatoio e sono scesa. Vitozzo, il vicino, era davanti ai cassonetti e mi ha spogliato con gli occhi. Vecchio bavoso. Chiunque fosse se n’era andato, ha lasciato un biglietto però. Un’agenzia immobiliare o uno studio legale, non saprei. Avrà sbagliato, la casa non è più in vendita e se è importante ritornerà. Invece quello che proprio non volevo vedere era mio marito. È venuto una domenica pomeriggio, si è guardato in giro e ha fatto una smorfia sorpresa, il braccio che girava come a dire “apperò”, ma è stato zitto. Poi ha rovinato tutto, non è che fossi tanto contenta di averlo lì, ma si era comportato bene fino a quel momento. Mi ha messo le mani addosso, voleva scopare e non gli stava bene che io gli dicessi di no. Si è messo a tirare la maglia, poi ha provato con la gonna e quando ha capito che non lo volevo, si è fermato. Mi ha guardato con un odio che non gli avevo mai visto e un po’ mi è dispiaciuto che soffriva a causa mia. A quel punto mi ha mollato un ceffone che mi ha voltato la testa dall’altra parte e ha urlato “Resta nella tua topaia, brutta troia”, ha preso la porta e se n’è andato. Mi sono messa a piangere, non per lo schiaffo, la faccia scottava, sì, ma non sentivo dolore. Mi faceva male dentro, nel cuore, nelle budella. L’umiliazione, la vergogna. Come se fossi stata violata in qualcosa che non sapevo neppure di avere.

Mi sono lavata, vestita con cura e sono entrata in chiesa. Com’è che non ci avevo pensato prima. Quando non ci sono funzioni e non c’è il prete che ti giudica, è un bel posto. C’è pace. Non dico che è passato tutto, però un po’ ha aiutato.

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