Lo scrittoio


L’anziana si piegò sui fogli, doveva finire. Sapeva che il tempo era contato, forse mancava solo un giro delle lancette brillanti dell’orologio più caro, quello appoggiato al suo scrittoio e comprato al mercatino dell’usato, vent’anni prima. Giulio si era lamentato dell’acquisto, uno spreco di soldi. “Siamo gente semplice e ignorante, che ci facciamo con un gioiello simile?” Lei orgogliosa, lo aveva sistemato sul tavolino del salotto. Poi era morta nonna e dalla casupola di campagna, quella in fondo alla proprietà dei Baldi, era arrivato lo scrittoio. Aveva litigato con sorelle, fratelli e cugini per averlo. L’aveva sistemato davanti alla finestra e aveva ristretto gli spazi: la poltrona era andata dietro al tavolo rotondo, il tavolino appiccicato al divano, così restava il passaggio fino al cucinotto. Giulio si era lamentato, ma che importava, non usava mai la stanza, era sempre al lavoro perché lei voleva più di quella semplice casina.

Giulio aveva guardato il conto in banca e le sue mani. Non sapeva cosa facesse più male, l’aveva sgridata, le aveva tagliato i fondi e l’aveva mandata a servizio nella nuova casa del signor Baldi all’inizio della via. Aveva respirato qualche mese, poi la moglie aveva fatto sogni ancora più grandi. Non aveva occhi che per il lusso dei signori, la smania di accumulare pizzi e ricami, ninnoli e oggetti di un tempo, tutti in bella vista per chi entrava e aveva occhi per vedere, avevano la precedenza su di lui. I giudizi sulla loro vita e la lingua lunga, erano in contrasto con il suo silenzio. Per ereditare una vetrinetta liberty aveva accudito due anziani giorno e notte con in tasca l’accordo già firmato. Bramava al pensiero di essere invidiata, voleva sentirsi all’altezza dei Baldi che intanto avevano aperto una nuova pasticceria davanti a casa sua. C’era la crème de la crème. Giulio non capiva, era solo un artigiano. Nel suo salotto avrebbe voluto riposare in pace e invece doveva lasciarlo agli ospiti, lei si sentiva una signora e come tale, servirla e ammirarla era un onore per gli altri.

Lento e inesorabile il tempo era passato, Giulio aveva trascorso sei mesi nel letto del piano di sopra, nella camera agghindata per i medici e i visitatori dallo sguardo incredulo incollato solo al sofferente. Lottava contro il male, lo avevano visto rinsecchire, le gengive ritirarsi, gli occhi impauriti spegnersi e chiudersi per sempre. Anni dopo i mobili del salotto avevano lasciato il posto al letto perché le gambe di lei avevano ceduto e gli scalini sembravano una montagna da scalare. Accendeva il camino la sera per affascinare i conoscenti, soprattutto il signore Baldi che aveva occhi solo per lo scrittoio. La miriade di oggetti comprati con i risparmi se n’erano andati, venduti dalla figlia brava solo ad arraffare e sostituiti da flaconi, scatole, termometro.  Tutto aveva venduto, anche le mura della casa pur di scalare le vette dell’alta società, nascondendo i debiti sotto il tappeto e i problemi dentro l’armadio e rincorreva chiunque per un’ospitalità da raccattare, raccontando poi di vacanze lontane e amicizie importanti.

Firmò e consegnò il documento al nuovo proprietario dello scrittoio che si mordeva le labbra al pensiero di averlo tra le mani. Due facchini erano pronti a portarlo fuori, la stretta di mano a quell’esile mucchio d’ossa lo lasciò del tutto indifferente. Glielo aveva consegnato senza chiedere nulla in cambio, spaventata all’idea che la figlia l’avrebbe venduto a un industriale caprone. Baldi aprì il cassetto centrale dove faceva bella vista di sé la carta da lettere degli anni venti con il calamaio in madreperla. Mai toccati. Forzò il fondo e sotto gli occhi paralizzati dell’anziana portò alla luce un collier magnifico di zaffiri e perle.

«Questo scrittoio Luigi IV apparteneva alla mia famiglia», disse il signor Baldi sorridendo sotto i baffi, «e quando è caduta in disgrazia, sua nonna ne ha approfittato, lo ha comprato per due lire. Ora torna a casa insieme alla collana e agli orecchini nascosti per paura dei ladri», la guardò con disgusto, «vi piace l’apparenza, non l’avete mai usato, non sapevate che farvene».

L’anziana tornò nel letto. Una vita di niente finita con un pugno di mosche. Aprì il quaderno e tirò una riga su un altro oggetto che l’abbandonava. Al numero ventuno su quattrocent’otto c’era scritto Scrittoio di campagna, vicino scrisse: Luigi XIV. Presto tutti avrebbero saputo, l’avrebbero giudicata una sempliciotta, un’ignorante, avrebbero riso di lei. Cadde in uno strano sonno senza sogni e nel vuoto della stanza fredda, non rimase più nulla neppure di lei.

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