Una Donna. Dicembre


Quant’era bello Trastevere con le luminarie, dopo la pioggia il luccichio mi mozzava il fiato, sentivo un pizzicore alla gola e gli occhi annacquati dal rimpianto. Poi è diventato tutto nero. Un gran figlio d’una mignotta ha sbattuto la mia testa contro il lampione e l’ha rimbalzata sul marciapiede. Una manica in tartan e le dita pallide tra i buchi dei guanti si sono fatti strada per strapparmi la borsa, l’ho afferrata con la mano e ho sentito un calcio nelle costole, alla fine è scappato a mani vuote. Con le orecchie che fischiavano e la nausea mi sono tirata su, sentivo il sangue in bocca, intorno le facce della gente sembravano di cellophane. Un signore zuccheroso ha chiamato l’ambulanza e dopo sei ore di pronto soccorso mi ha accompagnato a casa. Ero conciata come un patchwork, strafatta di anti dolorifici e lui cianciava che voleva entrare, mi fissava con gli occhi tutto a un tratto porcini, gli ho chiuso la porta dopo un rosario di «no, grazie». Con il sorriso premuroso stampato in faccia, il toupet e la rosa nel taschino, si è presentato alla porta per tre giorni, poi gli ho detto di essere un trans. Dovevi vedere lo sguardo, la merda gli faceva meno schifo.

Ho trovato il solito biglietto sulla porta e ho chiesto il permesso di telefonare alla signora Paola, sembrava le avessi spremuto il limone in un occhio. Da un cassettone pieno di roba vecchia ha preso un cellulare, «è senza app”, ha specificato con le labbra a canotto nuove di zecca. «È la tua tredicesima» e si aspettava che la ringraziassi, «Devo metterci io i soldi in ‘sto boiler, che tredicesima è?» Si è offesa, «poi scusi, che giorno siamo?» con l’aggressione avevo perso il senso del tempo. «È vigilia», ha risposto imitando un tacchino.

Era già Natale? E sarebbe stato il primo da sola. Ho pensato subito a quella ignorante di mia suocera, chi le aveva lavato le tende? A mia cognata e alle sue belve che tre anni fa correndo intorno al tavolo avevano rotto in mille pezzi il vassoio di mamma, “Cosa capisci, tu non ne hai!” Le avevo dato uno schiaffo. Da allora mi guardava incarognita.

Ho cercato tra le cose vecchie che non avevo buttato, ho fatto gli addobbi per l’oleandro e una ghirlanda con le pigne e i nastri rossi. Un libro di Camus preso in biblioteca e una candela sul tavolino, mi sono strafogata di panettone al cioccolato e ho scolato il Grand Marnier di quel bavoso di Vitozzo. È stato esaltante fregarglielo sotto il naso. Ho aspettato l’alba, poi sono uscita barcollando, ero sbronza. Ho cantato fino a piangere. Però a Capodanno riderò, perché chi ride il primo dell’anno, ride tutto l’anno.

2 commenti Aggiungi il tuo

    1. michiamomichela ha detto:

      Thank you so much 🥰

      "Mi piace"

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