Corleone Tiburtino


La Golf si fermò davanti al Credito Tiburtino di via Perugia bloccando il traffico, il furgone della GLS si mise in coda e al momento giusto strombazzò mostrando il pugno. Dallo specchietto retrovisore il corriere vide quattro facce da Matrix restituirgli il saluto e scendere con tanto di cappotto lungo e stivali. Scattato il verde proseguì per Cinecittà e sparì alla vista, non notò l’agente Smith giungere dall’incrocio, fermarsi davanti all’edicola e salire in macchina, abbassare il finestrino e appoggiare il gomito fuori fingendo di leggere il giornale e intanto controllare gli altri. Avviò il cronometro.

I quattro coi Ray-Ban erano entrati in banca. C’era solo una cassa aperta e la cassiera aveva appena allungato il collo oltre il cliente sordo e petulante per guardarli, ritirandosi a testa bassa dietro al vetro. Due impiegate giovani davanti all’ufficio del direttore, avevano smesso di chiacchierare e li fissavano sconcertate. Oltre la seconda porta, a una scrivania Neo scorse due mani pelose che scorrevano sui fogli, le dita corte e tozze che pigiavano sui tasti, un anello vistoso di acciaio al medio destro e un orologio con il cinturino in plastica, tipo quelli che registrano l’altitudine e la posizione. In fila alla cassa oltre il vecchio noioso c’era una faccia da ragioniere con una cartellina stretta sul petto, dietro di lui una donna e un bambino in braccio dovevano pagare due bollette.

«Nun ce la vojo sulla coscienza, Buttatela fori, lei col pupo», si coprì il volto pronto ad alzare la voce. Non era passato neppure un minuto.

«Tutti fermi, questa è ’na rapina. Nun moveteve, nun agitateve e nun ve sarà fatto niente». Mostrò un grosso coltello, invitò le impiegate imploranti già sull’orlo dell’isteria a sedersi a terra e con la mano fece segno al direttore di avvicinarsi. Questi, sorrisino falso e sguardo sornione indugiò quel tanto da convincere il rapinatore di avere di fronte uno stronzo. Abbassò i Ray-Ban sul naso e lo fissò con gli occhi grigio topo, cattivi quanto basta.

Il direttore, restio a muoversi, sollevò le mani da sotto il tavolo, fece scivolare gli occhi sul portafoto e si affrettò solo quando il rapinatore scosse la testa portando una mano sul calcio della pistola.

«Te me deve spiegá perché non sei stato a sentì». Puntò e fece fuoco sfiorandogli il braccio. L’altro passò dal sorriso al panico, si appoggiò sulla scrivania e cadde trascinando con sé il portafoto e la targhetta. Neo l’afferrò per la collottola ignorando i lamenti e lo spinse nell’atrio. Il direttore cercò di reggersi in equilibrio agitando le mani e si ribaltò a terra pattinando fino a sbattere sulle impiegate abbracciate, che non trovarono niente di meglio che piangere più forte. Di fronte a loro i due clienti ammutoliti pregarono Morpheus di essere liberati come la mamma e il bambino.

Gli occhi impauriti del direttore attraversarono i vetri delle postazioni in cerca della maglietta rossa aderente della biondissima cassiera, che sculettando quella mattina si era sistemata nell’ultima cassa. La rintracciò un po’ arretrata, sconvolta e pallida, imbavagliata e legata alla sedia, e si riprese nel sentir crescere una certa voglia tra i pantaloni mentre il terzo e il quarto uomo aprivano la cassa.

Gli anfibi di Morpheus si mossero rapidi dal secondo ufficio verso Neo. L’uomo con l’anello d’acciaio era in piedi, le mani dietro la testa e i gomiti ben aperti. «Non vole uscì», commentò, «l’ho lassato lì, me fa ’no strano effetto a guardallo, Nun me piace». Neo entrò per farsi l’idea sua del cretino con l’anello. Il cronometro segnò tre minuti.

L’uomo né alto né basso, un po’ malmostoso e un po’ diffidente, aveva gli occhiali sottili giallo oro, il naso occupava gran parte della faccia e la pelle abbronzata era butterata dai danni dell’acne giovanile. I capelli grigi e diradati sulle tempie erano tirati all’indietro. Nell’insieme non era di bell’aspetto. Incuteva timore e Neo si stupì che con quella faccia lavorasse in banca.

«Che voi fá? Te credi divertente?», lo rimbrottò, «vié qua, nun me fá incazzá». Strinse gli occhi e si morse un labbro, poi raggiunse Morpheus a guardia della porta. «Me ricorda quarcuno».

Gli puntarono le lenti a specchio mentre sedeva a terra tra la manica sporca di sangue del direttore e le impiegate piangenti. Con l’espressione impassibile, non distolse mai lo sguardo dai due alla cassa che si interferivano a vicenda per chiudere la lampo del borsone.

«Annamo!», li incalzò Morpheus e rinforzò l’ordine con un cenno della testa e il battito delle mani, ma Neo si intromise.

«Sei un boss dei corleonesi, ecco chi sei». Esclamò all’improvviso alzando gli occhiali. Gli puntò il dito ridacchiando e fece qualche passo avanti.

Gli occhi dei presenti infilzarono l’impiegato come tante freccette sul bersaglio, la faccia mutò in un’espressione sbigottita, tentò una risposta, ma non riuscì a emettere alcun suono, strinse i denti e portò le mani al petto. Gli occhi fissi su Neo.

«Si, dico a te! Te nascondevi qua!? Con le mani indicò la banca, «Credevi de fregacce, ma noi stamo in campana sempre. Ao!», dondolò gagliardo, «c’avemo un socio de lusso e adesso chi ce tocca più a noi?». Gli fece cenno di alzarsi e senza toccarlo con un dito lo invitò a uscire. Il cronometro segnò cinque minuti.

«Guardate che avete preso un granchio», rantolò in cerca d’aria, «mi mi mi chiamo Vincenzo Spadafora e so so sono di Velletri. Vado in in in pensione alla fine dddel mese», con gli occhi sgranati portò i palmi tremanti ben in vista e incassò la testa tra le spalle quando Neo l’afferrò per una spalla.

«Te fai chiamá Vincé? Per noi va bene», lanciò un bacio alla cassiera legata che singhiozzava e scappò spingendo Spadafora. Il motore della Golf si accese e il borsone fu caricato nel bagagliaio. Gli sportelli si aprirono e si richiusero sbattendo, ma il bancario restò in piedi, rigido. Aveva lo sguardo fisso, la bocca storta, d’un tratto si arcuò, una mano al cuore e cadde sul marciapiede. L’auto partì in una folle corsa, attraversò con il rosso e per poco non si scontrò con la pantera della polizia a sirene spiegate.

Dopo sette minuti Vincenzo Spadafora si era spento. Il poliziotto l’aveva coperto con un telo cercando di ricordare dove l’avesse visto.

«L’hanno scambiato per un mafioso», raccontò il direttore durante la medicazione. Il poliziotto lo guardò di nuovo, poi un lampo negli occhi, a lui ricordava quello della Piovra. Come si chiamava?

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