Leopard – Black Panther.1


Leonardo s’infilò in casa mentre sua madre gingillava sulla porta, scavalcò Annina che raccoglieva il cavo dell’aspirapolvere, evitò le sorelle deluse perché con il solito taglio restava un africano sfigato e si rintanò nello studio del padre, ma solo dopo essersi accertato che fosse andato in tribunale.
«Voleva i capelli come quelli di Mariononsochi, ma vostro padre si è impuntato», si giustificò sua madre guardando la porta in rovere scorrere fino al battente.
«Vuole assomigliare ai ragazzini popolari della scuola, mamma, così si sentirà sempre un immigrato», protestò Viola e insieme a Rosa tornò in salotto a fare la manicure.
Leonardo scostò l’orecchio dalla porta e andò alla scrivania in mogano, odorò il profumo di tabacco e mise in bocca la pipa, evitò le pile di atti giudiziari sotto le enormi pietre focaie e si sedette sul divano Chesterfield, a fianco del raccoglitore di dischi. Fece scorrere gli album degli Abba, superò quelli dei Beatles, di David Bowie, guardò le copertine dei Pink Floyd e dei Police per tornare al primo disco degli America. Non lo lasciava mai nello stereo, suo padre non gli avrebbe più dato il permesso di usarlo e non voleva fargli conoscere i suoi gusti.
La musica di “Old Man” riempì la stanza in penombra. C’era un’atmosfera accogliente con le tende in broccato, la moquette crema e la boiserie mogano. Una stanza da giudice serio e rispettabile, che però lo confortava.
Si addossò alla scrivania, allungò il braccio per accendere la grossa lampada da bancario e chiuse gli occhi. Le labbra si piegarono in giù, fremettero appena e tirò col naso. Prese a pugni il pavimento, il respiro si fece corto e strizzò gli occhi. Tossicchiò appena, le Nike gli sembrarono spelate con il lacrimone impigliato tra le ciglia, gli venne da ridere e cercò di calmarsi.
Lunedì a scuola sarebbe passato inosservato come l’anno prima, Giséle e Zoe sarebbero corse dietro a Farouk e Alex che quel pomeriggio andavano a tagliarsi i capelli al Figaro Barber, a due passi da casa sua mentre suo padre l’aveva portato da Salvo che non sapeva neppure chi fosse Super Mario Balotelli.
Girò la testa verso i cassetti. Forzò quello piccolo, il primo dei tre, sapendo già di trovarlo inchiavato. «Chissà che ci sta», mormorò e la memoria tornò a quando gli rimasero le dita in mezzo, «Così, spero che te lo ricorderai e non lo toccherai più, picciriddu», il padre gli aveva urlato dietro brusco, vedendolo scappare dalla madre. Immaginò di rubare la chiavetta dalla tasca della giacca e aprire. Se ci avesse trovato un dossier sui terroristi, sarebbe andato a scuola raccontando a tutti che suo padre era in realtà il capo dei servizi segreti. Allora sì che l’avrebbero trovato fico. Abbassò la testa in cerca di microspie, guardò sotto la poltrona e le sedie in cuoio, sotto al divano e infine andò al mobile.
Dietro al primo sportello trovò la valigia in pelle marrone che usava quando viaggiava in aereo e dormiva fuori la notte, al centro la consolle con il PC, la fotocopiatrice e la stampante. Aprì l’ultimo sportello, tra scaffali e cassetti c’era invece solo cancelleria. Suo padre gli aveva dato il permesso di usare il computer per la scuola e sapeva già che non avrebbe trovato documenti top secret. “Non c’è niente di interessante qui, leggo solo scartoffie e quelle importanti sono chiuse a chiave negli archivi del tribunale”, gli aveva detto un giorno sorprendendolo a rovistare. “Guarda pure dove vuoi tranne nel cassettino, ma per sicurezza lo tengo chiuso”, l’occhiataccia era bastata a serrargli la bocca.
Doveva trovare qualcosa da sbattere in faccia a Farouk. Era stanco di sentirgli dire che il Giudice Tindaro Cosimo Giuffrida era un burocrate, un magistrato in guanti bianchi e non un eroe come Giovanni Falcone.
Rimise in ordine quando sul cellulare apparve il messaggio della Giovanile Catania: era stato convocato per la partita e non si ricordava dove aveva messo la roba sporca.
«Domani gioco, dov’è il mio borsone, Annina?», gridò mentre attraversava il corridoio per andare in camera sua.
«Puoi andare anche senza, tanto il mister ti farà stare in panchina, come sempre», lo pungolò Viola, intenta a stendere lo smalto alla madre.
«Ti ricordi che questa sera siamo alla cena di beneficenza? È ora che vai a prepararti, Leonardo», lo richiamò Franca con malcelato scetticismo.
«Perché non posso stare a casa con Viola e Rosa?», Si lamentò affacciato alla porta, «da lunedì c’è la scuola e dovrò andare a dormire presto».
«Perché papà vuole farti conoscere la persona che ti ha soccorso sul gommone». Rispose in tono acido. Leonardo rimase interdetto.
«Allora lui sa tutto di me?», esclamò con una vaga nota di speranza nella voce.
«Mi auguro tesoro che non mi metterai in imbarazzo con le tue solite domande assurde, tipo “come si chiamava mia madre”», precisò diffidente.
«Devo farti fare bella figura insomma, però non posso conoscere il mio passato», commentò ad alta voce e scimmiottò la madre che ripeteva la solita nenia: «la tua vita è qui, tu sei stato fortunato non dimenticarlo mai, eccetera, eccetera.» Aprì l’armadio e trovò il borsone della Berretti che Annina aveva già sistemato.
«Fortuna Annina», mormorò e si spogliò svogliatamente per fare il bagno.
«Nessuno di noi lo sa», stava rispondendo il prof. Piccione, conquistato da un cannolo siciliano più che dalle domande di Leonardo, «ricordo bene che era il venti agosto 2002 perché era il mio compleanno e che piangevi a pieni polmoni tra le braccia di tua madre ormai esanime, con quell’amuleto stretto in mano», indicò il piccolo ciondolo artigianale che Leonardo era stato costretto a infilare al collo dal padre, «Disse solo “Côte d’Ivoire” e “vingt-sixième novembre deux mille”».
«Dovevamo aspettarcelo che prima o poi avrebbe fatto domande», intervenne il Giudice, «ha dodici anni, purtroppo sappiamo solo che sua madre è morta a Lampedusa subito dopo la traversata».
«E del padre non si sa niente?», chiese una donna mora e spigolosa seduta vicino al marito e a due bambini dell’America Latina con gli occhi spalancati e le labbra serrate.
«Nella maggior parte dei casi i padri non esistono, sappiamo solo che è scomparso», Leonardo colse un brevissimo cenno degli occhi del Giudice e una conferma del professore.

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