Leopard – Black Panther.2


«Il nome l’avete scelto voi?», intervenne compassionevole Don Fabio, l’espressione rammaricata sparì appena la padrona di casa portò in tavola le mini cassate e una bottiglia di vino. Leonardo riconobbe il “Malvasia”, quello che Viola si era scolata durante la festa per il diploma a luglio, sulla spiaggia de La Playa. Era rimasto con le sorelle fino al mattino, aveva bevuto e fumato tutta la notte e all’alba aveva visto le ragazze spogliarsi nude per fare il bagno. Si era gettato in mare anche lui quando l’avevano chiamato in coro, poi si era masturbato guardando Lucia che si rivestiva dietro il boschetto, lei era la più bella tra le amiche di Viola, bionda, alta e con due zinne grosse come meloni, ma per paura che suo padre lo scoprisse, non lo aveva raccontato a Farouk, tanto non gli avrebbe mai creduto.
«Fai qualche sport?», la voce acuta del prof. Piccione lo riportò al presente, aprì bocca per parlare quando suo padre lo anticipò, «frequenta le giovanili del Catania, la Berretti calcio», tutti gli uomini annuirono eccitati, si alzarono commenti goliardici ed espressioni di giubilo al ricordo delle esperienze di ciascuno, «purtroppo a causa della lussazione congenita all’anca, può solo allenarsi, giocare è un’altra storia». Leonardo fissò il bicchiere e strinse i pugni sulle ginocchia, alzò lo sguardo e incrociò prima quello avido di Don Fabio e poi quello attento di Piccione.
«Correre non è certo la sua migliore qualità, potrebbe fare nuoto oppure danza, scommetto che ha il ritmo nel sangue».
«Danza!?», il Giudice quasi si offese.
«Non certo con il tutù», intervenne la signora Piccione con il suo esagerato accento newyorkese, «è come una ginnastica ballata, si chiama Hip Hop».
La donna spigolosa osservò il marito, «potremmo provare anche noi».
«Scordatelo», il Giudice gli urlò sopra quando Leonardo in auto chiese di provare Hip Hop, «per te va benissimo calcio. La vita non è sempre rosefiori, bisogna anche accettare di non essere i più bravi».
Al computer cercò come si scriveva ventisei novembre duemila in francese e poi ascoltò la pronuncia almeno venti volte con in testa l’immagine sfuocata di una ragazza che chiedeva di salvare il suo bambino. Guardò sull’atlante dov’era la Costa d’Avorio, cercò la capitale, i fiumi, la costa e i confini. Si addormentò che era quasi l’alba con un mucchio di domande in testa.
«E quindi Giuf, tuo padre ha detto di no?», gli chiese Farouk sotto la doccia mentre si insaponavano, «il ragazzo che abita sotto casa mia fa l’istruttore a Ognina, non è troppo lontano da casa, possiamo andarci adesso».
«Mi viene a prendere, all’improvviso si preoccupa dei miei interessi…», si infilò sotto il getto d’acqua e sentì Farouk ridere, «non c’è pericolo che salti in aria, il giudice Giuffrida non spaventa nessuno».
Uscì in silenzio, si rivestì mentre Alex e Farouk parlavano di marcature e di gol. Lui aveva giocato gli ultimi dieci minuti e aveva mancato due passaggi, Tonio l’aveva rimproverato davanti a tutti dandogli dell’idiota, «è finita cinque a tre, però poteva andare meglio, giusto Giuf!?», si sentì chiamare, «Vai via senza salutare?».
Non ebbe il coraggio di ignorarlo, «no, è che c’è mio padre, non ho voglia…» e si mosse come un burattino. I compagni iniziarono a ridere, «dove hai imparato Giuf?», «Facci rivedere, sei proprio matto», uscì a testa bassa guardandosi i lacci delle scarpe e quando vide il padre con le braccia conserte e gli occhiali da sole si affrettò a raggiungerlo e salì in macchina mesto insieme alla scorta.
«Hai ricevuto parecchi fischi oggi, è sempre così?», sghignazzò l’agente Nicotra dopo avergli dato un coppino.
«Più o meno».

«Guarda Giuf», Farouk a ricreazione gli mostrò un foglio, «questo me l’ha dato Sandy, il mio vicino di casa», c’era l’immagine di cinque ragazzi vestiti con jeans e magliette stracciate e muscoli in evidenza. Tre di loro erano di colore, «ci sono le lezioni con gli orari e guarda qui… a partire dai dodici anni, il tuo compleanno quand’è?».
Leonardo afferrò bene il foglio e guardò la foto, voleva essere come quello al centro: cresta di capelli in testa e rasato ai lati, maglietta rossa e jeans stracciati, scarpe firmate e muscoli a gogò, sguardo assassino che faceva impazzire le ragazze, «li ho già compiuti l’anno scorso», rispose quasi in trance, guardò Farouk che per la prima volta gli aveva fatto un favore, «grazie».
«Di niente, amico. Ci vediamo in classe, intanto guardami questi esercizi di matematica. Non mi vengono, dammi una mano», gli diede una pacca sulla spalla e raggiunse Zoe che lo aspettava scocciata, «chi è quello?».
«Ti piacciono?», le domandava toccandosi i capelli, «da morire», rispose lei.
«Vado a calcio», gridò forte per farsi sentire da sua madre nello studio di sopra, sollevò il borsone e se lo mise in spalla.
«Leonardo… sta salendo una paziente, la fai entrare?», lo richiamò la madre sulla porta.
Nell’atrio l’ascensore si aprì, una donna sudata e con le mani frenetiche dentro la borsetta lo guardò terrorizzata, «prego, la dottoressa Sciacca l’attende», le indicò l’ascensore interno, «prema il secondo piano» e la guardò spingersi gli occhiali sul naso una decina di volte e poi schiacciare senza freno il tasto di chiamata.
«Ci mancava anche questa matta» entrò nell’ascensore tappandosi il naso per la puzza.
Scese a Ognina dopo quindici minuti di autobus, la palestra era proprio davanti alla fermata, richiuse il quaderno di Farouk dentro al suo e li infilò in fondo, sotto alla divisa da calcio. La ricciolina fasciata come la bandiera della pace lo guardò sorridente da dietro il vetro, lui chiese di Sandy.
«Hai mai ballato?», lo squadrò il ragazzo con il vago accento brasiliano.
«No, mai», Leonardo si guardava in giro, «me ne ha parlato un amico di mio padre, lui però non vuole».
«Se capisce che fai sul serio ti accontenterà, intanto provi, le prime cinque lezioni sono gratuite», batté le mani e lo fece entrare nello spogliatoio, «non dovrai pagarle, vanno benissimo i vestiti che hai addosso, meglio se consumati, sono più morbidi, sei pronto?», sbatté i braccialetti del polso e gli fece cenno di seguirlo.

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