Leopard – Black Panther.3


Leonardo entrò nella sala dove una dozzina di adolescenti si stava scaldando, «mettiti in fondo e cerca di fare come loro, non aspettarti grandi risultati, ci vuole costanza e pazienza, okkeyyy?». Leonardo attraversò la stanza sentendosi osservato come un esemplare speciale, «ciao», lo salutò dolcemente una biondina, camuffò la camminata con un banale saltello e si posizionò dietro a un ragazzino non tanto alto.
Quando la musica partì, Leonardo iniziò a seguire i movimenti troppo veloci del ragazzo davanti, il tempo di impostarli che già quello eseguiva un nuovo passo, il cuore gli batteva all’impazzata e il caldo era soffocante. Finita l’ora era distrutto, però era certo di una cosa, non sarebbe più tornato a calcio. Non c’era stato neanche un momento in cui la sua anca destra gli era sembrata più rigida.
«Posso provare Hip Hop?», chiese a cena con il cuore in gola perché non aveva ancora raccontato niente dopo settimane. Suo padre stava ordinando ad Annina di versargli più verdure, agitò la mano per far scivolare l’orologio e se la passò tra i capelli canuti, guardò il figlio negli occhi e poi tornò al suo piatto.
«No e non voglio più parlare di questo argomento», prese la forchetta e iniziò a mangiare.
Leonardo si fece piccolo sulla sedia, aveva pagato l’abbonamento a Sandy fino a Natale con i soldi del compleanno e sperò che nessuno a calcio chiedesse notizie. Dopo quella partita, il Giudice aveva capito che il figlio non era propriamente tollerato, né dall’allenatore né dai compagni, tanto meno dagli altri genitori, quindi aveva preteso che Leonardo non fosse più convocato. Non ci sarebbero più state partite la domenica, «andremo a cavallo, devi imparare a essere paziente e un animale può fare al caso tuo», concluse il Giudice.

«Stiamo scegliendo i regali di Natale», Franca aprì la conversazione a metà dicembre, l’albero al centro della terrazza era circondato da regali per amici e parenti, «avete richieste particolari?», gettò la domanda con nonchalance tra il silenzio generale, prese una sigaretta e appoggiò il pacchetto sul tavolino finto invecchiato a cui teneva come fosse in marmo.
«Io un viaggio a Londra finiti gli esami», Viola ruppe il ghiaccio come primogenita.
«Puoi scordartelo», fu la risposta secca di sua madre che si pentì subito dell’idea. Lanciò l’accendino e soffiò il fumo.
«Beh! Allora i soldi e poi decido il viaggio», commentò decisa.
«Anche io preferisco i soldi per la scuola di recitazione», la madre annuì e guardò Leonardo.
«Io voglio fare Hip Hop e ho già trovato la palestra», tentò di imitare le sorelle.
Franca intransigente girò la testa verso i tetti intorno, «Troveremo un regalo più adatto a te, tesoro. Papà mi ha detto che cavalcare ti piace» e spense la sigaretta nel posacenere tascabile. Leonardo strinse i pugni e accigliò lo sguardo, si trattenne dall’urlare solo perché avvertì il tocco della mano di Rosa sul collo.
«Sei cresciuto, eh!?». Cambiò discorso, aspettò che la madre scendesse nello studio, si assicurò che chiudesse la porta e raggiunse Viola ai cuscini. Allungò i piedi e si coprì con la coperta di pile rabbrividendo per il tepore. «Diglielo tu, Viola. L’idea è stata tua».
«Hai i soldi per l’abbonamento a Hip Hop fino a giugno», scoppiò in una risata allegra e Leonardo sentì un groppo in gola, «abbiamo convinto papà che possiamo pagare noi calcio al posto suo, con tutto il lavoro che ha».

«una raccolta di fumetti della Marvel!», Esclamò entusiasta Leonardo dopo aver scartato il suo regalo, «grazie… è bellissimo», prese subito quello con il poster di Black Panther.
La madre gli accarezzò la mano e lo sguardo cadde sulle unghie smangiucchiate. Lui le infilò subito in tasca.
«Ti ho regalato un voucher per i “Magazzini”, sei cresciuto parecchio questo trimestre, ti è diventato tutto stretto e corto», Leonardo annuì, soddisfatto delle sue spalle e delle gambe, aveva ancora la faccia paffuta e doveva lavorare sui capelli.
«Attacchiamolo alla porta, vieni, cosa ne pensi del liceo di Acireale? Pensiamo di iscriverti lì», indagò suo padre, Leonardo storse la bocca, ma non rispose, «è il migliore di Catania e tu vai benissimo a scuola, soprattutto l’ultimo trimestre, continua così». Fece aderire il foglio e attaccò l’ultimo pezzo di adesivo. «È più alto di te», scherzò per una volta a casa in pantofole.
Leonardo si chiuse nello studio, l’idea di lasciare i compagni di scuola per andare al liceo di Acireale non gli dispiaceva, anche le sorelle l’avevano fatto e senza troppe difficoltà. Poi avevano trovato un sacco di amici in più che le invitavano alle feste, così non aveva protestato. Farouk invece si era offeso e sospettava il perché. Chi gli avrebbe fatto i compiti, si stava domandando mentre chiudeva l’ultimo fumetto di Black Panther. Appoggiò la testa alla scrivania e spense la lampada. Gli piaceva sognare a occhi aperti l’arrivo di un misterioso uomo dalla Costa d’Avorio che gli rivelava la sua vera identità: sua madre biologica non era morta per le conseguenze della traversata undici anni prima bensì, si era fatta uccidere pur di proteggerlo. Perché lui, Leonardo Giuffrida, arrivato su un gommone all’età di due anni, nelle sue fantasie era il figlio segreto di Black Panther. In genere a questo punto sua madre apriva la porta interrompendo il sogno prima che gli fosse svelato il suo vero nome. Ma non aveva nomi da sussurrare poiché era morta stringendolo al petto a Lampedusa, senza un’identità.
Farouk, sempre Farouk. Se fosse stato davvero il figlio di Black Panther sarebbe stato più fico di Farouk. Si era stancato di subire i suoi amici. Quello che decideva Farouk, era la Bibbia per tutti.
«L’hai detto a tuo padre che non vieni più a calcio?» Gli stava chiedendo ora al cellulare che la madre gli aveva lanciato sentendolo squillare in camera. Leonardo aveva aspettato che lei uscisse dalla stanza e poi gli aveva risposto un colpevole «No».
Il primo cassetto sotto la scrivania. Lo sguardo cadde ancora lì. Dopo aver fatto pace con Farouk si accorse del ciondolo a forma di coffa. Il padre aveva dimenticato di portare via la chiavetta. L’afferrò e tirò pensando di estrarla dalla serratura. Il cassetto venne fuori con tanto impeto che uscì quasi del tutto per la forza che ci aveva messo. Lo richiuse frettolosamente, indietreggiò e soffiò forte quasi fischiando. Si coprì la bocca, chiuse gli occhi e passò una mano tra i ricci folti, indeciso sulla prossima mossa.
«Minchia».

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.