Leopard – Black Panther.4


Aveva disobbedito a suo padre, doveva scappare e dimenticare subito. Invece era già passato un tempo infinito e non si era mosso da lì. Alla fine cedette. Aveva già visto una pistola in TV, ma mai così vicina e pensare a suo padre armato lo rese stranamente fiero. L’occhio gli cadde sul dattiloscritto sottostante mentre seguiva la linea del calcio fino alla canna.
Gli sembrava un nome femminile, anche se non era italiano. Nella riga sotto lesse due date: 1976 – 2002. Afferrò un lembo del foglio e lo fece scorrere. Apparve una foto tessera. Era una donna. Lo colpì lo sguardo malato, come quando Annina aveva avuto la febbre alta, lo aveva guardato con occhi simili. Ma c’era qualcosa di più profondo. Una tristezza infinita e una grande disperazione che gli fecero provare tanta pena.
«Chissà chi è?» si chiese a voce alta. Due parole più in basso lo agitarono: Abidjan, che non sapeva cosa significasse e Catania. Quindi la prima poteva essere una città. Cercò su Google: “Città della Costa d’Avorio”. Lo stomaco fu risucchiato in dentro e l’intestino si attorcigliò in cento nodi. Prese il foglio e si accorse che era legato ad altri con un fermaglio. Sollevò il mucchio e guardò la seconda pagina. Era una lettera macchiata, rovinata nei bordi e in alcuni punti l’inchiostro era sbavato.
“Rispettabile centro immigrazione Lampedusa, cerco amica di mia famiglia. Io mi chiamo Yannick e vivo a Abidjan. La donna che cerco si chiama M’bele Bikila nata 1976 in Abidjan. Nessuno ha più notizie da molti anni. So che era prigioniera a Kufra, però è riuscita a arrivare a Lampedusa con figlio piccolo. 2 anni. Prego fare sapere come stanno e dove vivono. Scusa per mio italiano.
Grazie, Yannick Tobá. Kobi 9 gennaio 2006”
Molte altre parole erano incomprensibili, ma Leonardo sentiva che quello che aveva letto lo riguardava. Si accorse di essere in apnea solo quando i suoi polmoni reclamarono aria doloranti. Si rialzò un po’ stordito, inciampò, mise una mano sulla poltroncina in cuoio verde per non cadere, poi aprì la parete scorrevole e usò la fotocopiatrice. Rimise in ordine e tornò in camera sua nascondendo le fotocopie tra le pagine del fumetto.
«Io esco, vado a calcio», urlò alla madre quando era già davanti al portone. Lei lo salutò dalla scaletta interna mentre saliva nel suo ambulatorio con indosso un abito amarena. Annina la seguiva reggendo la biscottiera dello stesso colore.
Appoggiò la bici al muro ed entrò in palestra. La musica di Čajkovskij proveniva dalla sala dietro alla vetrata, salutò la biondina in tutù e svoltò a sinistra. Spinse la porta a molla dello spogliatoio con entrambe le mani, salutò allegro e a gran voce, poi lasciò cadere il borsone del Catania sulla panca e tirò fuori il completo per la lezione.
«Quando ti deciderai a dire ai tuoi che vuoi fare il ballerino? Farouk mi ha raccontato tutto» la voce di Sandy alle sue spalle lo spaventò.
«Ridammi i soldi allora, se per Farouk è un problema, ti ho pagato fino a giugno» gli rispose imbronciato.
«Okkeyyy Al negretto gli tira il culetto?!».
Leonardo gli si scagliò contro.
«Non chiamarmi così, brutto finocchio!».
L’istruttore gli bloccò le mani immobilizzandolo. Si liberò e le nascose tra i denti.
«Cos’hai, si può sapere? Adesso vai a scaldarti, ne riparliamo dopo». E lo cacciò fuori con una spinta.
Sulla musica di Ed Sheeran, i ragazzi improvvisarono una coreografia. Quando sentirono l’attacco di Rihanna, si divisero in gruppi di cinque e si disposero al centro per ballare in perfetta sincronia, dandosi il cambio.
«Stop! Leonardo con me, voi continuate» e uscì tirandolo per un braccio.
«Hai delle potenzialità, ma oggi vedo solo la tua fottutissima gamba più corta, Okkeyyy!?», urlò incazzato. «Fanculo!» gli rispose il ragazzino e si mosse per andare allo spogliatoio. «Vieni qui! Hai solo tredici anni e per il culo non prendi nessuno. Se la prossima settimana non vieni con tuo padre, puoi restare a casa».
«Farouk deve farsi gli affari suoi, ridammi i soldi. Io la prossima settimana vado in Africa, Okkeyyy!», balbettò a tal punto che Sandy non capì nulla.
«Dove vai?» Chiese divertito. E gli vide estrarre i fogli.
«Devi chiedere in parrocchia, okkeyyy. Loro sanno come contattare questo Yannick.» Sandy lo consolava e lo guardava ripiegare mesto i fogli tra le pagine del fumetto.
«Sei soltanto un bambino e questa cosa è troppo grande per te. Raccontala a casa, vedrai che ti ascolteranno e ti aiuteranno» gli mise una mano sulla testa scuotendola un po’.
«A loro importa solo che io non faccia brutte figure alle cene di beneficenza. Mi ripetono che sono stato fortunato, che una famiglia io ce l’ho. Ma non mi basta più».


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