Leopard – Scogli.6


Scese alla fermata della biblioteca, superò la bancarella verde degli arancini tutti in fila dal più grande al più piccolo, il profumo gli provocò un languorino allo stomaco e ripensò alla pasta alla norma che Annina aveva cucinato e che si era perso, passò oltre la bancarella delle cassatine e dei cannoli e la scia di frutta candita e ricotta aprì una voragine nella pancia. Forse uno l’avrebbe digerito in tempo per Hip Hop. Oltre c’erano le serrande graffitate dei negozi ancora chiusi. Si sentiva vuoto. Aveva tre lettere scritte in Baulé e la traduzione in un quaderno. Non aveva più un motivo per andare da Amedeo e non c’era niente con cui riempire quel tempo. Intanto, si disse, non doveva più nascondere niente a suo padre e non era più obbligato a passare il tempo in biblioteca, rallentò, l’ingresso era a due passi, sul marciapiede opposto un uomo con una cartella stava salendo i cinque gradini e quasi si scontrò con due studentesse impegnate in una conversazione. Era quasi fermo quando decise di mangiare il cannolo.
Un uomo alle spalle gli venne addosso in un baleno. «Don Fabio!», non poté nascondere lo sconcerto di trovarselo di nuovo intorno, gli occhi caddero per la prima volta sulla calotta calva coperta in genere dallo zucchetto, l’aveva superato in altezza, in un secondo momento notò le mani giunte, lo sguardo sfuggente, il collarino nascosto sotto alla camicia bianca e un paio di jeans neri nuovi, a giudicare dal taglio attuale. Si guardò intorno, riconobbe Farouk alle spalle di un tizio che mangiava arancini e Alex dietro a un’insegna. Si sistemò lo zaino sulle spalle e fuggì via a testa bassa come un ariete. Non poteva certo dire a suo padre che Don Fabio lo pedinava, e se fosse stato lui a chiederglielo? Impossibile, non l’avrebbe mai fatto. Ma avrebbe dovuto dare delle spiegazioni e non voleva fargli sapere che aveva recuperato il plico di Yannick. Restava il fatto che Don Fabio si faceva aiutare da Farouk e Alex. Perché? Cosa avevano in comune? “Condividono gli stessi divertimenti”, si ricordò della battuta di Giséle qualche mese prima. Che cosa avrà voluto dire, si domandò entrando in palestra.
«Sono a casa», lasciò lo zaino in camera e la biancheria sporca ad Annina, «sono libero, è finita la scuola, è finito Hip Hop, solo vacanze, sei contenta Annina di avermi sempre tra i piedi?».
«Allora dovrò deluderti». Sentì la madre sulla scala a chiocciola, pochi gradini e la vide scendere con il vassoio in mano. Annina lo prese e si defilò leggera, non faceva mai rumore. «Io e papà abbiamo deciso di mandarti a Rouen per uno stage archeologico». La mano libera piegata all’ingiù come una snob, la maglia a losanghe bianche e blu in pendant con la tazzina di caffè, come faceva?
«Quando?», non sapeva se essere contento di non vederli e migliorare il suo francese da otto o se arrabbiarsi.
«Da fine giugno a fine agosto», si aggiustò gli occhiali sul naso, forse incredula per tanta accondiscendenza. Annuì deciso e andò in camera sua. Si stese sul letto, sfilò una scarpa dopo l’altra e le lanciò lontano, si sarebbe fatto un mucchio di problemi a partire per la Francia, se non avesse affrontato tanti rischi quell’inverno, invece ora non gli sembrava più una cosa tanto complicato.

«Quando sei tornato?», chiese Rosa appena entrata in cucina, «mamma non mi ha detto niente».
«Questa mattina, tu eri ancora a letto». Si sentì gli occhi addosso, lei lo squadrava dalla testa ai piedi, «sei diventato grande, ce l’hai la ragazza?».
«Macché», evitò lo sguardo e andò in bagno, la sorella lo tampinava con le sue battute dallo strano accento inglese, forse lui invece aveva la erre moscia, gli venne da ridere.
«Che c’è!?» Sbottò per l’invadenza siciliana a cui non era più abituato.
«Sono preoccupata…», esclamò mentre con i piedi disegnava dei cerchi e portava le mani dietro la schiena.
«sarebbe?» chiese Leonardo strofinandosi l’asciugamano sulla faccia.
«Ho ascoltato una conversazione tra papà e mamma ieri dopo cena…» seguì il fratello fino in camera.
Lui si fermò davanti allo scaffale, osservò qualcosa, cercò tra i quaderni e ne prese uno, lo lasciò sulla scrivania e guardò tra i libri, poi andò all’armadio.
«Il tuo amico pescatore è tornato a giugno e papà l’ha fatto arrestare».
«Cooosa!?», Leonardo si girò di scatto e portò le mani davanti alla bocca, non ascoltò altro, allungò la schiena e andò alla finestra. Arricciò le labbra e mostrò i denti stretti, prese il libro aperto sulla scrivania e lo lanciò contro l’armadio mentre la sorella tentava di afferrarlo, sbatté la finestra aperta e prese a calci le scarpe e poi la sedia. Smise solo quando le sentì urlare che c’era dell’altro.
«L’ha dovuto rilasciare dopo due settimane, ma ha scoperto che traffica in merce usata, forse rubata e che ha contatti con gli scafisti».
«Non è proprio così», Leonardo abbassò gli occhi e si sedette sull’angolo del letto, fissò un punto impreciso del pavimento e rimase muto.
Rosa sapeva che dentro aveva una tempesta di emozioni e moriva dalla voglia di sapere. «È ripartito per la Libia e sembra sia prigioniero della milizia», deglutì spaventata al pensiero di come avrebbe reagito. Lui alzò gli occhi umidi, le labbra fremettero e fu come se avesse detto tutto. Si guardò le scarpe, forse poteva chiedere ad Hassan pensò, poi sospettò che tutto l’equipaggio fosse prigioniero. Suo padre l’aveva tenuto lontano per poter indagare a piacimento e non coinvolgerlo. Sarebbe rimasto all’oscuro se Rosa avesse perso l’abitudine di origliare alle porte. Da quando era partita si erano messaggiati tutte le settimane nella chat dei tre.
«Forse sa anche di Siracusa», si appoggiò allo stipite della porta.
«Secondo me lo sapeva già, mi ha mandato a Rouen apposta e ha ficcato il naso tra le mie cose». Tornò a guardarsi le scarpe, immaginò Amedeo ormeggiare la sua Boat e la polizia che lo arrestava davanti a tutti. Chissà se era riuscito a nascondere il materiale scottante… «La “Bagnarola”…», si toccò l’amuleto al collo.
«Come?», chiese Rosa che non aveva afferrato.
«Niente! Devo solo recuperare i libri da Farouk, è ora che cominci a fare i compiti», uscì senza mettere tempo in mezzo, afferrò la sacca nera, nuova di zecca con cui era arrivato e chiuse il portone.
Quando scese ad Acireale erano quasi le due del pomeriggio, i profumi lo colpirono come non gli accadeva da tempo, l’odore salmastro del porto sembrava più intenso dopo due mesi di lontananza. Il molo svuotato delle sue barche ancora al largo sembrava grande più del doppio, il verde smeraldo del mare risplendeva più vivo che mai anche oltre i fanaglioni neri. Si diresse a sinistra e percorse il tratto fino all’ultima banchina. L’Amedeo Boat non c’era e avvertì un morso allo stomaco, saltò sulla bagnarola e aprì la botola. C’erano due sacche di rete piene di scatole grandi e piccole avvolte con carta da pacchi, non le aveva mai viste prima. Le tirò fuori a fatica e le appoggiò piano davanti a lui. Guardò di nuovo la botola, gli oggetti Dogon erano ancora lì, ben conservati. Li afferrò con entrambe le mani per infilarli nella sua sacca. Rimise a posto il resto e chiuse bene. Si alzò e rimase a bocca aperta.
Farouk e Alex salirono sulla chiatta con le mani in tasca e un sorrisino ironico.
«Credo che il Giudice sarà molto contento della novità», l’egiziano era la caricatura di Alex, «cos’hai lì?», con l’indice indicò la sacca su cui spiccava la scritta bianca in verticale.
«Non sono affari tuoi», rispose con un tono che non ammetteva repliche.
«Eh no, ballerina», si intromise Alex, il mento sollevato e lo sguardo sprezzante, «quest’anno a casa si aspettano voti alti, non posso deluderli, ti pare?», l’espressione titubante che fece scoprendosi più basso era tutto un programma. Leo ebbe l’impressione di metterlo a disagio. Infatti lo vide spingere Farouk sulla schiena per mandarlo avanti e scansarsi.
«Non avete ancora imparato a fare due più due ragazzi? Perché non vi iscrivete all’asilo» e urtò la spalla dell’egiziano per farsi strada, poco più avanti due paia di gambe si fermarono sugli scogli intorno alla banchina. Leonardo alzò gli occhi e si pentì di essere tornato.

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