Ambros-1


Il corridoio bianco ghiaccio illuminato dai faretti le sembrò più stretto del solito uscendo dall’ascensore. C’era uno strano silenzio: non avvertiva la stampante, le sedie scorrere, né lo squillo dei telefoni e la risposta formale del front office. Non individuò subito cosa provocasse in lei quella strana sensazione, ma trovava la scena insolita. Proseguì ticchettando sulle stringate fino alla porta del suo ufficio, era chiusa e guardare l’etichetta le era inusuale; da quanto non la leggeva, si domandò. D. Ambrogiani, investigazioni legali. L’ottone intorno si stava macchiando. Il suo nome era scritto in stampatello minuscolo, la lunghezza del cartoncino era sempre troppo corta. Vedere il cielo dalla finestra del sesto piano già dall’ingresso, la metteva dell’umore giusto. Il grigio acciaio o i cumulonembi che si addensavano, l’avvertivano che sarebbe stata una giornata tesa, il sole e il cielo terso anticipavano gli spiriti eccessivi che andavano domati. Fare il capo era stato un sogno già ai tempi della tesi, poi aveva scoperto che trattare con i sottoposti richiedeva doti da veggente. Quando aveva accettato l’incarico, dieci anni prima, Bruno le aveva detto di non fidarsi di nessuno e in quel momento il suo sesto senso lanciava messaggi d’allarme.

Susanna il pomeriggio precedente non si era sentita bene, le aveva offerto di usare l’ufficio, proponendole di stendersi sul suo divanetto prima di guidare per quaranta chilometri fino a casa. C’era un temporale spaventoso. Tuoni e fulmini, una pioggia torrenziale che non si vedeva da anni. Più tardi era apparsa sulla porta dell’archivio al piano di sotto, sorridente come se fosse passato tutto, le mani frenetiche sulla cerniera della Mandarina Duck verde scuro a tracolla. Debora aveva pensato fosse a disagio per il ritardo e di riflesso guardò l’orologio. Erano le sette e un quarto. Prese l’agenda e il cellulare, li infilò nella zippo e incoraggiò tutti ad affrettarsi all’uscita. Non tornò nel suo ufficio. Non ne aveva bisogno. Il piumino nero era appoggiato sulla sedia di legno, infilò i capelli castani sotto il basco e corse in fretta fino alla Mini Countryman.

In quel momento un vago sospetto puntava a indagare meglio. Susanna era il suo braccio destro, la persona con cui poteva lavorare fianco a fianco senza verificare ogni cinque minuti che stesse seguendo le procedure corrette. Lavoravano insieme da otto anni, perché un campanellino le suonava in testa allora? Immaginò la scena: era entrata per riposarsi autorizzata proprio da lei, e aveva chiuso la porta perché nessuno pensasse che si fosse presa una pausa intrufolandosi senza permesso, poi uscendo aveva richiuso. E se fosse solo gelosa delle sue cose? Provò una vergogna tale da arrossire. Afferrò la maniglia e aprì il suo ufficio. La luce fredda di marzo la investì con il suo cielo azzurro chiaro, il sole illuminava la finestra a riquadri bordati di lamelle nere in stile inglese. Il pavimento bianco e nero in mattonelle grandi e lucide attraversava la stanza in obliquo dal tavolo grande rosso con le gambe sagomate; al centro raggiungeva la scrivania sempre rossa, con la consolle per il PC a fianco, e terminava sotto il divanetto in pelle grigia come le cornici appese alle pareti nere; il resto dei muri era intervallato da scaffalature piene di libri divisi per misura e colore.

Si sedette alla poltroncina con i braccioli invadenti e duri, e appoggiò lo zainetto su un ripiano basso. Lasciò la pistola nella fondina sotto la giacca nera di Armani, le pieghe sulla camicia erano mascherate dalla cravatta corta, femminile. Sistemò notebook e cellulare, poi inciampò distrattamente sul mouse per accendere il computer, lo schermo si attivò e apparve la finestra di Outlook. Fece un respiro profondo. Forse aveva scacciato il dubbio troppo in fretta e non aveva nulla di cui vergognarsi. Aprì le cartelle di Windows e selezionò la musica. Le note di tango di Astor Piazzolla vibrarono nell’aria. Cercò nella posta i file eliminati e quelli inviati. Quelli dopo le sedici non potevano essere i suoi. Lì aprì uno alla volta e ne salvò una copia che trascinò con il mouse dentro alla pennina USB che portava in tasca. Chiuse per riavviare il computer quando si accorse di un messaggio. L’accesso ai suoi file privati nel server non era andata a buon fine e il sistema aveva inviato il segnale d’errore. Alzò la cornetta e chiamò Marco che stava al piano superiore.

«Puoi venire qui senza farti notare? Non voglio che qualcuno lo sappia» Marco rispose un «okay» mormorato tra i denti.

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