Leopard-Sole Amaro.1


«Amici vostri?» disse Alex con le labbra all’ingiù e le braccia incrociate sul petto; non sembrava più tanto sicuro di sé. Si fece scudo con Farouk, le unghie rosicchiate strette fra i denti per non farli battere.
La mandibola contratta e gli occhi piccoli, minacciosi, i due africani non avevano niente di amichevole. Alla vista del Puma e di Aziz, Leonardo d’istinto indietreggiò di un passo, la mano tremava mentre dalla fronte scivolò dietro la testa per cadere lungo i fianchi, gli occhi spalancati come quelli di una preda.

«Minchia, questa non ci voleva» mosse appena le labbra, gli tornò alla mente l’immagine del pugnale conficcato nel ventre di Amedeo, voltò il mento fin sulla spalla destra, la bocca piegata in una smorfia di disgusto.
«Siete contenti adesso? Andatevene», spintonò Alex che gli si aggrappò come una ventosa, allontanò Farouk per farlo scendere dalla chiatta, ma in quel momento Aziz si piantonò davanti a lui, le braccia conserte, il torace in avanti e negò con l’indice perché fosse chiaro che non se ne sarebbe andato nessuno.
«Ehi amico, noi non centriamo niente, prenditela con lui» Farouk alzò le spalle con il sorriso conciliante e una mano a indicare Leonardo.
«Non ti facevo un vigliacco, Farouk» gli ringhiò contro Leonardo.
«Sta zitto, Giuf, sei tu quello che se la fa con i clandestini» rise e applaudì alla sua stessa battuta, inclinò la testa e aspettò.

Aziz assottigliò le labbra e lo squadrò divertito. Spostò due sassi con la scarpa, deglutì e si strinse nelle spalle.

«Non centrate niente eh!? Vi ho visto gironzolare qui intorno» lo canzonò, «al prete piace fottervi tra il sudiciume», si fece torvo in faccia, da dietro la schiena sbucò il calcio di una pistola che sollevò verso Leonardo per fargli segno di scendere.
«Ehi! Ho preso solo la mia roba» balbettò con il pugno chiuso, «il resto è tutto lì», indicò la botola e guardò entrambi.

Gli occhi feroci del Puma gli si conficcarono in gola. Impose ad Aziz di muoversi e a Leonardo di scendere, «facciamo uno scambio equo, tu al posto di Amedeo. Tranquillo, ci interessa solo il carico, niente di personale» e lo afferrò per il gomito.
Leonardo per nulla sottomesso, tentò di liberarsi e fu sollevato in aria da un colpo al basso ventre, trascinato con forza, cadde giù dalla Bagnarola e il ruvido dello scoglio gli scorticò le ginocchia e la guancia, strinse i denti per il bruciore e si procurò un taglio al labbro quando un manrovescio lo gettò di nuovo a terra.

«Non c’è paparino a salvarti, eh?» la battuta di Alex suonò falsa quanto il risolino gracchiante che Aziz gli fece ingoiare quando tentò di filarsela. Sperando di salvarsi applaudì il Puma: «Così si fa, bravo» e un secondo dopo il suono metallico del proiettile caricato nella canna lo ammutolì, abbassò lentamente le mani e con gli occhi provò a voltarsi. Un lampo seguito da un’onda esplosiva gli rimase impresso nella mente, seguito da una fitta bruciante ad una gamba. Aprì la bocca incredulo e ne uscì un grido lungo e doloroso, il corpo si contorse in una forma assurda prima di cozzare sulla pietra, uno schizzo di sangue saltò sul chiodo di Aziz che aveva di nuovo puntato l’arma e fece fuoco su Farouk a una coscia.

«Liberati di loro», ordinò il Puma infastidito dal ritardo.

«Nooo» intervenne Leonardo strattonato per la maglia, le sopracciglia basse e sanguinanti e gli occhi vigili, guardò verso destra un centesimo di secondo, pensò in fretta: «lasciali stare, le madri puliscono i cessi in parrocchia. Non ci stanno con la testa». Evitò un altro manrovescio e faticò a reggersi in piedi.

«Muoviti Aziz» il Puma si allontanò in fretta con Leonardo ben stretto al braccio e l’altro puntò l’arma alle tempie dei ragazzi, le facce sformate dal dolore, sghignazzò mentre pregavano di essere liberati.

«Bang bang» urlò e loro gridarono terrorizzati. Si portò una mano alla pancia per la risata.

«Il prete dovrà cercarsi nuovi verginelli, voi siete due cacasotto» e si allontanò divertito.
Leonardo fu spinto dentro a un peschereccio modesto e sporco. Inciampò su una barra fuori asse, si ribaltò e ritrovò l’equilibrio afferrandosi a un cavo. Rifiatò un attimo, prima che un colpo violento alla nuca gli annebbiasse la vista e cadesse. Tutto gli girava intorno, il senso di nausea lo travolse e un attimo dopo perse i sensi.

Il cellulare attivò il risparmio batteria e vibrò sotto la guancia di Leonardo. Aprì gli occhi e rimase immobile fino a quando non ricordò l’accaduto. Si sollevò e guardò l’ora. Erano passate da poco le otto di sera, accese la torcia nel buio di uno spazio vuoto e trattenne il respiro per il puzzo di pesce. A fianco a lui dormiva Mansur, il ragazzo conosciuto a Siracusa. Lo scricchiolio del legno e il dondolio dello scafo erano i segnali che lo misero in allarme: avevano lasciato il porto di Acireale, sperò che seguissero la costa. Chiamò casa, ma non c’era campo. In silenzio salì sul ponte. Uno spicchio di sole scivolava placido sul mare dorato, non c’era che acqua intorno, una distesa immensa di onde pigre che si ripetevano infinite. Niente costa. Guardò il cellulare, niente campo. Gemette disperato con la mano sulla bocca, le dita sporche, gli occhi increduli quasi sul punto di piangere. Con un gesto rabbioso afferrò un ferro tra gli arnesi ammucchiati e colpì la carena con tutta la furia che aveva. Mansur lo spintonò alle spalle schiacciandolo allo scafo e gli urlò contro una serie di parole incomprensibili. Un bastone vorticò e lo colpì in testa. Strabuzzò gli occhi e cadde come un sacco.

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