Mrs. Smith-10


«Quanti anni aveva?» il tè di Valeria scottava e sentì salirle il calore dallo stomaco. Prese un biscotto e come suo solito, ne morse metà e sbriciolò l’altra.
«Lasciò l’America a diciassette anni, fuggiva dal patrigno e quando arrivò a Funalbia ne aveva venti. Ha scritto tutto lì, per i posteri» ironizzò. Una nuvola bianca sulla tazza in maiolica.
«Dinah Black» esclamò Valeria improvvisamente paralizzata. «Deve essere lei».
«Non le piaceva. Suo padre era un alcolizzato, quando nacque la bambina, decise di modificarlo, ma dove lo hai letto. Non voleva che si sapesse» dondolò svampita.
«Perché?» Chiese Valeria giocando con le briciole sempre più sottili.
«Perché lei era… ecco, una sovversiva» mormorò, «contro il regime s’intende. Tu da che parte stai?» gli occhi intensi e le guance accese. Allontanò il pensiero con una mano, «sei troppo giovane».
«Era una ribelle, quindi» esclamò Valeria.
L’euforia trionfante svanì davanti allo sguardo sospettoso della donna.
«Il suo nome doveva restare segreto, è stata bravissima a…» la bocca si piegò amareggiata, «qualcuno l’ha tradita».
«I Costanzi. Questi muri hanno orecchie, te lo ripeto. Il parroco sa tutto» sentenziò laconica la perpetua entrando in casa. Vittoria sbottò con un braccio in aria.
«Fausto si farebbe ammazzare piuttosto, che è proprio quello che è successo» si chiuse in un’espressione funesta.
«Ho detto Costanzi apposta». Prese un cesto di legna dall’angolo vicino al camino e uscì senza accompagnare il portone.
Valeria appiattì le briciole, formò un disco e fece un buco al centro. Un pensiero fuggì prima di afferrarlo.
«Le giovani d’oggi, tutte fissate con la moda» commentò Vittoria con disappunto osservando i suoi jeans stracciati, «anche tu vieni dall’America?»
«Sono tornata lo scorso Natale, si» Spostò lo sguardo afflitto per negare lo sconforto. «Mia madre e mia nonna sono…» la parola grattò la gola e uscì un suono rauco. Quando alzò gli occhi il viso di Vittoria era offuscato.
«Uccise, io ero al cinema, lei mi ha chiamato prima, io ho spento…» per la prima volta da mesi rinunciò a mentire e non trattenne le lacrime. Le spalle sussultarono e le mani premettero sulla bocca per smorzare i singhiozzi.

L’idea le venne senza un perché. Era ancora a metà di quella settimana, il primo giorno vero di freddo e pioggia autunnale e si era affacciata alla finestra per staccarsi dalla luce del neon. L’oscurità l’aveva fatta da padrone dalla mattina e non riusciva a concentrarsi. Aveva visto il bordo arancione dell’autobus dalla curva della strada alberata mentre tentava di scartare una Mini Countryman verde scuro che litigava con una Panda blu su chi avesse la precedenza. Uscì di corsa, scartò due vespe nere parcheggiate a ridosso dell’ingresso, saltò sul marciapiede e chiamò con la mano. Goccioline di acquerugiola punteggiarono la giacca kaki, il freddo la intirizzì e quando il mezzo si fermò con lo sbuffo d’aria, già tremava. Dietro le porte, l’autista non nascose la contentezza, ma Valeria chiese a voce alta dove fosse diretto il ventisette delle diciotto. Lui rispose e ripartì reggendo il muso. Perché Ambra facesse una fermata fino al Capolinea, era un mistero.

«Non sono sicura di farcela» la voce tremò, «ho perso… Voglio dire, che senso ha?» frustrata dall’improvvisa debolezza, grattò la marcia e mise la freccia per voltare a sinistra, «perché più indago, più mi identifico?» prese un respiro, «è così. La vivo intensamente, non posso farne a meno» la bocca prese la piega amara, strizzò gli occhi per non piangere, fermò l’auto subito dopo il semaforo e si appoggiò al sedile con il cellulare in mano e rimase assorta per lunghissimi minuti. Rincuorata per la carica di fiducia, chiuse la telefonata e riprese la strada. Non aveva molto tempo, il tramonto arrivava sempre prima.
A Maggiolì la caffetteria si era appena svuotata. La sala era quasi asfittica per lo strato di polvere e ragnatele che accrescevano il senso di attesa. Valeria aveva intuito che la confortevole penombra intorno a lei era merito del barman. Lui, in piedi dietro al bancone, attendeva con sollecitudine una risposta. Il viso della ragazza era una maschera riprovevole dal suo arrivo, con il mascara colato sulle guance e il rosa sbavato intorno alle labbra screpolate. Le mani tremanti attraversavano un calice vuoto che un minuto prima emanava il profumo dolce e agrumato del vino bianco. Negò incredula e i capelli scivolarono in avanti. Lo spettro di Mr. Smith le passò a fianco costringendola a un brusco salto laterale per lo spavento.
Il gentleman si lisciò i mustacchi e i capelli rossicci, guardò l’orologio e lo rimise nel taschino del panciotto grigio perla, portò la pipa alla bocca gettando uno sguardo soddisfatto sul locale pronto, poi si animò di luce nuova. Salutò qualcuno dalla vetrata Tiffany e fece scorrere la porta incastonata fra i glicini dipinti.
Una giovane donna biondo rame dai capelli cortissimi, elegante e glamour in un completo nero maschile, lo strinse in un forte abbraccio e fece il suo ingresso insieme a un uomo in divisa per sedersi sugli sgabelli. Valeria si scostò estasiata, ma era inutile, le figure sembravano impalpabili. Mr. Smith scelse un whisky con doppio malto dalla lunga fila di bottiglie del bar, una serie di risate allegre lo fece voltare verso la sala. I posti ai tavoli erano di nuovo occupati e le persone chiacchieravano mentre i camerieri giravano con i vassoi carichi.
«Dinah?» osò impacciata Valeria, strofinando via il trucco, all’improvviso più solare. Non accadde nulla.
«Non significa niente, è solo un nome» intervenne il barman.
Valeria corrucciò la fronte.
«Black-Smith non tutto appare. Passato e presente si mescoleranno sempre, fino a quando non sarai pronta».
«Valeria Ferragni» rimbrottò con le mani al petto e gli occhi rossi, cupi, «mi chiamo Valeria Ferragni», il barman si arrese e scomparve. Intimorita e smarrita a sondare l’incomprensibile, scese dallo sgabello arrabbiata, soprattutto con se stessa. Stava scoppiando.

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