Leopard-Sole Amaro.2


Al risveglio lampò il misero piatto di zuppa schifosa, si stese sul pavimento duro e si coprì con un plaid liso e puzzolente. L’altro gli faceva da carceriere e non gli rivolse mai la parola. Non che gli dispiacesse.
Quattro giorni di navigazione e il peschereccio attraccò al porto di Bengasi, il mercantile di Amedeo era visibile oltre una moltitudine di container bassi. Leonardo in piedi vicino ai cassoni stracolmi di merci seguiva gli scambi verbali con la milizia. Vide fare un cenno di vittoria, poi due uomini salirono e gli si piazzarono davanti. Fu percorso da un brivido, una goccia di sudore freddo gli scivolò lungo la schiena fino a dentro le mutande. L’uomo più basso con la faccia butterata si avvicinò per afferrarlo, ma lui fu più veloce e si ritrasse. L’altro respirò guardando altrove prima di rivolgergli un sorrisino beffardo e a sangue freddo lo colpì allo stomaco con un calcio, piegandolo su sé stesso.
Leonardo si lamentò coprendosi il ventre, protese una mano, tossì e con voce tremula, in francese tentò di spiegare che c’era stato un errore. L’uomo voltò la testa verso Aziz e poi guardò Leonardo, immusonito e con le braccia incrociate sull’addome.
«Ti ha scambiato con un prigioniero», le labbra socchiuse e gli occhi felini. «Potrei essere tuo padre, mi divertivo spesso con quelle puttanelle negre piene di speranze».
A Leonardo si gelò il sangue e pensò a suo padre che aveva tentato di proteggerlo da tutto mentre lui si buttava anima e corpo per scoprire la verità. Come se gli leggesse nel pensiero, dopo averlo afferrato per un braccio, affondò ancora di più il coltello nella piaga. «Tuo padre italiano ti cerca, è su tutti i giornali. Pagherà se vuole vederti ancora vivo», disse più tagliente e lo trascinò via con la forza. Leonardo tentò di mediare, ma la voce acuta era sempre più stridula. Giunto alla fine del ponteggio sgomitò per liberarsi e fuggire, ma un altro pugno, questa volta al fianco, lo dissuase. Da dietro un cancello sbucò Amedeo, lo sguardo vacuo, il bianco degli occhi rosso per i capillari rotti, la faccia tumefatta e le labbra spaccate. Aveva un braccio disteso in modo innaturale, segni di bruciature sulle spalle e zoppicava. Dal pantalone stracciato spuntava un ginocchio enorme e pieno di pustole. «Mi dispiace ragazzo, credimi, non volevo che finisse così. Tuo padre mi ha abbandonato, dovevo pur sopravvivere». Un miliziano lo strattonò e salì sul mercantile insieme all’equipaggio.
Leonardo fu guidato a una struttura larga e bassa, bianca e con le finestre tonde. Facce inespressive lo guardavano dai vetri. Sembravano in fila, in attesa del via. Una guardia aprì una serranda e decine di persone dallo sguardo perso, puzzolenti ed emaciate, uscirono in fila indiana per salire sul peschereccio di Aziz. Camminavano lente, con indosso abiti sporchi e a volte strappati. Girò il mento sulla spalla lacerata della sua maglietta, sporca di grasso e polvere. Non era come alla fine di una lezione. Sapeva di abbandono. Si domandò attraverso quante umiliazioni erano passate quelle persone per trasformarsi in dannati. Una giovane donna con i capelli arruffati e legati con lo spago, avanzava debole e curva, con in braccio il suo bambino avvolto in un lenzuolo sporco di sangue. Piangeva, forse per la fame e la stanchezza. Capì solo in quel momento la stupidità del suo gesto. Aveva gettato via il sacrificio di sua madre che aveva resistito solo per portarlo in Italia. Il viso smunto e infelice di quella ragazza dallo sguardo disperato e la pelle infetta, prese il posto dell’ombra ignota che gli appariva ogni volta che si chiedeva come fosse la sua mamma.
Con uno spintone, il militare lo gettò dentro un ufficio. Si sedette su una sedia di compensato verde strappato e instabile. Davanti a lui, una scrivania dello stesso colore, ingombra di fogli e timbri, sembrava l’anticamera dell’inferno. Asciugò le lacrime, incerto se fossero di commozione per l’immagine materna o di paura per la sua sorte.
«Ti faremo perdere quella faccia da saputello, negretto imborghesito», lo insultò un militare possente apparso sulla porta. Leonardo deglutì a fatica, abbassò gli occhi spauriti fino ai suoi piedi e si rannicchiò nell’angolo più lontano, avvertendo il rumore di passi dell’uomo fino alla scrivania. Nascose la testa dietro la spalla destra e spiò dalle pieghe della maglia. L’uomo disgustato, si sedette senza togliergli di dosso gli occhi piccoli e sadici.

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